“TRE ALBERGHI”: LA PAROLA A FRANCESCO MIGLIACCIO

E’ in scena fino a domenica 19 febbraio al Teatro Atir Ringhiera di Milano Tre alberghi, uno spettacolo scritto da Jon Robin Baitz e diretto da Serena Sinigaglia. Ne sono protagonisti Francesco Migliaccio e Maria Grazia Plos.

Gli ideali di un tempo

Ken e Barbara, un marito e una moglie. Un tempo, carichi di ideali, sognavano di cambiare il mondo. Militavano nei Peace Corps. Poi si cresce e Ken sogna di cambiare quel Terzo Mondo che ha conosciuto. Ora lavora dentro una multinazionale che sforna prodotti adatti a quei Paesi. Ma una multinazionale fa affari e Ken, senza quasi che se ne accorga, cambia pelle. Adesso è uno di quei tagliatori di teste, che la Ditta manda in giro per il mondo a licenziare chi non funziona più.

Quattro domande a Francesco Migliaccio

Teatro.Online ha intervistato Francesco Migliaccio, protagonista dello spettacolo.

“In che modo in questo spettacolo marito e moglie crescono e reagiscono in modo diverso?”

“Il rapporto tra marito e moglie è la base per parlare di molto altro. Il percorso di quuesta coppia parte molto bene. Infatti hanno entrambi dei sogni e degli ottimi propositi da realizzare. Condividono l’aiuto per i Paesi del Terzo Mondo e  fanno parte dei Peace Corps. Tutto degenera nel momento in cui succede qualcosa di molto tragico nella loro vita e ognuno reagisce in maniera diversa. Ken, il marito, decide di dedicarsi totalmente a una multinazionale che investe sul Terzo Mondo fino a diventare una delle figure più spietate al comando dei due capi di questa compagnia. Questo non viene accettato dalla moglie, che denuncia questa degenerazione. Quindi c’è un percorso di disfacimento legato fondamentalmente ai loro propositi e ai loro sogni”.

“Perché il suo personaggio cambia pelle?”

“Il mio personaggio cambia pelle perché è un debole. Non è in grado di reagire come dovrebbe. Nel momento in cui si rende conto che ha commesso il grandissimo errore di non assecondare i sentimenti, anche quelli molto dolorosi, si ritrova a confronto con se stesso attraverso un colloquio improbabile con la madre”.

“In che modo l’autore analizza le relazioni interpersonali ed i problemi del presente?”

“La drammaturgia di Baitz è straordinaria da questo punto di vista perché fa parlare i due personaggi in forma diretta e indiretta, con citazioni di frasi dell’altro o dell’altra. Attraverso quest’apparente modalità dialogica tocca i problemi più importanti della nostra contemporaneità, anche se il testo è del 1994. Tocca i problemi dello sfruttamento dei Paesi del Terzo Mondo. Se vogliamo anche pensare alle conseguenze dei giorni nostri, diciamo che parlare di quello che è stato fatto senza scrupoli in Africa, probabilmente ha fatto scattare delle reazioni assurde e violente. Però c’è un’origine di tutto questo e Baitz con la sua drammaturgia così diretta e immediata riesce attraverso le parole di due persone apparentemente normali a parlare dei massimi sistemi. Ci sono riferimenti anche al crollo dell’economia, delle ideologie, dell’ebraismo e di tutti questi temi enormi sui quali dovremmo riflettere di più. Questo spettacolo credo che lo faccia fare”.

“Si può dire che anche il capitalismo ha una sua cultura?”

“Questo lo ha detto la regista Serena Sinigaglia e io lo condivido. Dobbiamo accettare anche quello che magari per il nostro pensiero non è un aspetto positivo, ma che sicuramente ha una sua cultura”.

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