“THE ALIENS”: 4 DOMANDE AL REGISTA SILVIO PERONI

Dopo il successo di Cock e Costellazioni, Silvio Peroni torna al Teatro Filodrammatici di Milano con The Aliens, uno spettacolo scritto da Annie Baker e tradotto da Monica Capuani. Ne sono protagonisti Giovanni Arezzo,  Francesco Russo e Jacopo Venturiero.

Storie di amicizia

Il retro di un bar di una città americana del Vermont fa da sfondo alla scena. Due trentenni discutono di musica e Charles Bukowski, ma al centro della loro conversazione c’è anche un altro elemento: The Aliens, la loro band. K.J. ha lasciato il college e Jasper ha abbandonato il liceo per dedicarsi alla scrittura di un romanzo. Quando nel bar arriva Evan, un giovane studente timido e solitario che lavora nella caffetteria, i due decidono di insegnargli tutto quello che sanno.

La parola al regista Silvio Peroni

“La trama dello spettacolo è molto interessante. A predominare è l’ironia o l’amarezza?”

“A predominare è la poesia, ma in realtà anche l’ironia e l’amarezza. L’autrice riesce a cogliere la poesia di una stasi quotidiana. Ci sono anche momenti di grande umorismo, empatia ed amicizia fra i personaggi. Grazie a questo aspetto, lo spettacolo diventa un racconto archetipico della vita stessa, che grazie alla penna di Annie Baker tocca vette poetiche di un’altezza strabiliante”.

“Infatti in questo spettacolo convivono perfettamente amicizia, arte, amore e morte. Come si equilibrano tra loro questi quattro elementi?”

“Si riconduce tutto alla vita, che ha sempre bisogno di cercare delle risposte. Ogni essere umano ne va alla ricerca. Nello spettacolo c’è chi le cerca in Charles Bukowski, un altro nella musica, un altro nell’amicizia, un altro ancora nel momento di passaggio rappresentato da una crescita personale. C’è infatti un ragazzo di 17 anni che vive la tipica fase di transizione post-adolescenziale caratterizzata dalle prime scoperte sessuali”.

“Che tipo di educazione sentimentale e culturale hanno i personaggi?”

“Il problema è proprio questo: non ne hanno ricevuta una. Nessuno dei tre è mai stato educato alla vita, che per loro è una scoperta quasi quotidiana”.

“Pensi che i sogni dei protagonisti possano ricalcare quelli di tanti trentenni?”

“Penso di sì. Loro non hanno dei sogni, bensì delle ambizioni che sotto un certo punto di vista sono andate in frantumi. Per esempio, avevano fondato una band e non sono mai riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sul nome. Come ci racconta l’autrice, le loro aspirazioni non si sono mai realizzate perché si sono scontrate con la realtà o con l’apatia che caratterizza quasi tutte le loro giornate”.

 

 

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