L’AUTODISTRUTTIVO “AMLETO FX” DI GABRIELE PAOLOCA’

Il “notturno colore” di Amleto

Debutta il 22 marzo al Teatro Sala Fontana di Milano, dove rimarrà in scena fino a sabato 25, Amleto Fx .  Scritto, diretto e interpretato da Gabriele Paolocà, lo spetttacolo ci racconta la storia trasposta ai giorni nostri di un principe di Danimarca che ha deciso di isolarsi dal mondo. Vuole farsi da parte e medita un gesto estremo che lo liberi sempre dalle brutture del suo Paese: il suicidio. La famiglia e gli amici lo hanno abbandonato e l’unica finestra  che Amleto tiene aperta sul mondo è un computer.

La parola a Gabriele Paolocà

“Che cosa significa l”FX’ del titolo?”

“Si legge ‘effects’, effetti. E’ un abbreviazione molto usata nel mondo telematico. Dato che lo spettacolo affronta l’Amleto in chiave contemporanea con l’utilizzo di mezzi come i social network, ‘FX’ dà l’idea del tema. In più, gli effetti creati da Amleto mi hanno portato a mettere in piedi questo spettacolo: sono quei pochi oggetti che abitano con me la scena e che mi permetteranno di vivere il dramma del principe di Danimarca”.

“Ci troviamo di fronte a un personaggio in piena crisi maniaco-depressiva. Se fosse ancora vivo, Freud potrebbe scrivere un intero trattato su di lui.”

“Sì, lo hanno fatto e continuano a farlo in molti. Secondo me, se l’Amleto è così rappresentato ancora oggi, è perché attraverso le sue domande è riuscito a evidenziare il dramma universale dell’esistenza. Amleto cerca di dare una risposta a questo grande regalo che ci è stato fatto: quello della vita. Per un artista è bellissimo poter trasporre quelle domande nel proprio universo. E’ quello che faccio io in questo spettacolo”.

“Chi ha deluso di più Amleto? Gli amici e la famiglia o il suo Paese?”

“Questa è una domanda molto pertinente. Ti rispondo partendo dalla storia: Amleto è stato invitato alla festa di Orazio e deve decidere se andare oppure no. Il nostro spettacolo nasce dal tempo che intercorre tra l’invito e la risposta di Amleto. Il dramma da lui vissuto passa molto attraverso gli amici. La mancanza del padre è messa parecchio in risalto, anche se non c’è nemmeno il suo fantasma. Gli amici e la famiglia, quindi, sono stati determinanti per la sua delusione.”

“Perché le conseguenze del suo stato d’animo sono più importanti delle cause?”

“Perché Amleto è incapace di filtrare gli eventi che sconvolgono la sua esistenza e di esprimere un giudizio al riguardo. Non riesce a criticarli né ad affrontarli, quindi nemmeno a superarli. Attraverso il suo fallimento, lo spettatore e gli attori possono assumere un atteggiamento catartico nel tentativo di porre determinate domande in maniera corretta per risolvere le situazioni, al contrario di Amleto.

“Nello spettacolo Amleto parla di alcuni personaggi famosi che hanno scelto di mettere fine ai propri giorni. Citandoli, cerca di dare un senso alla propria disperazione attraverso le loro sofferenze. Vogliamo fare qualche nome?”

“Amleto è un grande fan del cosiddetto ‘Club dei 27’, cioè di tutti quei miti contemporanei come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Amy Winehouse e Kurt Cobain, morti a 27 anni. Poi però si ispira anche ad altri personaggi famosi, tra cui Marilyn Monroe e Robin Williams, che sono riusciti a fare il grande passo del gesto estremo. Nello spettacolo, Amleto invoca tutti i suoi eroi: cerca di diventare Marilyn Monroe, si traveste da Amy Winehouse, canta disperato un pezzo grunge di Kurt Cobain, per cercare di prendere forza e mettere in pratica il disperato progetto del suicidio. Questo dubbio amletico, però, nel nostro spettacolo viene abbastanza prese in giro. Insomma, c’è spazio anche per la risata”.

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