“ATRA BILE”: INTERVISTA A TIZIANA BERGAMASCHI

La storia di un nucleo familiare destabilizzato

Debutta il 9 gennaio al Teatro Libero di Milano, dove rimarrà in scena fino a domenica 15, Atra Bile – Quando saremo più tranquille. Lo spettacolo, scritto dall’autrice madrilena contemporanea Laila Ripoll e diretto da Tiziana Bergamaschi, vede impegnate in scena  Valentina Ferrari, Marisa Miritello, Elisabetta Torlasco e Greta Zamparini.

Le influenze di Lorca

Ideale seguito di La casa di Bernarda Alba di Federico Garcìa Lorca, il testo è scritto con un’ironia sottile, tagliente e grottesca tipica della tradizione spagnola. Attorno al feretro del solo uomo che abbia mai avuto il coraggio di violare l’inespugnabilità della casa dove la vicenda si svolge, quattro donne ricordano un’esistenza caratterizzata da trame, invidie, colpi bassi e gelosie che si rinfacciano senza essere mai riuscite a confessarsi.

Teatro.Online ha intervistato la regista dello spettacolo Tiziana Bergamaschi.

“Quanto la presenza di un uomo ha destabilizzato quel nucleo familiare?”

“In questo caso era in una bara e lo ha fatto fin dall’inizio. Perché quando è entrato nella taverna, bello giovane e nerboruto, tutte e tre  le sorelle si sono innamorate di lui. La fantesca ha solo sopportato le sue pesanti avance, dato che non poteva nemmeno minimamente pensare di innamorarsi di lui. Era soltanto la serva di casa. Tutte le altre tre lo hanno amato e lo amano ancora anche adesso che è morto. Ha destabilizzato un nucleo composto interamente da donne. Questo era il problema in partenza”.

“Il titolo dello spettacolo è curioso. Che cosa significa?”

“Bile nera, ‘atra’, scura. Il titolo originale è ‘Atra Bilis‘. Poi la traduttrice italiana ha preferito utilizzare ‘Atra Bile’. Per ‘bile nera’ si intendono l’odio e il rancore che queste donne provano reciprocamente. Eppure hanno bisogno l’una dell’altra. Sono legate da amore, odio, rabbia, cose non dette e storie passate. C’è anche una grande linea noir di giallo e di suspense in questo testo. Si scoprono molti scheletri nell’armadio”.

“Le donne di quella casa sono quattro. Eppure c’è una situazione di solitudine. Succede perché esiste tra di loro una sorta di incapacità di comunicare?”

“Sicuramente. Ci sono dei ruoli prestabiliti a cui loro si adeguano. Troviamo quindi la serva, la piccola un po’ ritardata, la zitella e la padrona. La solitudine è data dall’incancrenirsi dei ruoli dovuti alle condizioni imposte dall’uomo, che è entrato nella casa e li ha creati. La moglie è naturalmente la padrona. La sorella rimane zitella perché la moglie di lui gli ha dato tutti i beni. Sono una famiglia ricca. Lui probabilmente era un gigolo capitato in questa taverna e queste disgraziate si sono innamorate. Dobbiamo immaginare che tutto queste avviene in una fattoria isolata della Spagna campagnola con poche comunicazioni verso l’esterno. Al di fuori c’è solo un piccolo paese molto pettegolo”.

“E’ molto importante anche il contesto politico che fa da sfondo allo spettacolo. Vogliamo farne un accenno?”

“Una lettura più approfondita del testo mette in risalto una chiusura dovuta alla dittatura franchista. Il testo è stato scritto nel 2000. L’autrice Laila Ripoll ha sofferto molto per ragioni familiari. La storia della sua famiglia è stata sconvolta dalla dittatura. Il franchismo è finito tardi, nel 1975, con la morte del Caudillo. Noi abbiamo dimenticato che in Spagna per molti anni è esistita una dittatura. Quando da noi è scoppiato il Sessantotto loro erano ancora in pieno regime dittatoriale”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *