“AULULARIA”: LA PAROLA A CLAUDIO MARCONI

Il Teatro Delfino di Milano propone solo per tre sere, dal 16 al 18 febbraio, Aulularia di Plauto. Liberamente adattato da Sergio Longo e Claudio Marconi che ne ha anche firmato la regia, lo spettacolo vede protagonisti Sergio Lomazzi, Sergio Longo, Vanna Del Nero, Patrizia Aiazza e Vincenzo Maria.

L’avarizia del protagonista

L‘Aulularia è un’opera più che rappresentativa dell’arte di Plauto. Si tratta della vicenda di un vecchio spiantato. Trovandosi in possesso di una pentola piena d’oro, diviene un miserabile individuo avarissimo. E così – rappresentando delle maschere – la commedia si faceva carico di indicare a un pubblico spesso incolto, i vizi e le bassezze dell’essere umano. In tal modo il teatro assolveva alla sua funzione di educare la società. Questo allestimento ha scelto di far riferimento al cinema muto come corrispettivo moderno di quell’estetica stereotipata dell’eccesso in una direzione mascherata.

Quattro domande a Claudio Marconi

Teatro.Online ha intervistato Claudio Marconi, regista dello spettacolo.

“Perché quest’opera di Plauto è così rappresentativa?”

“E’ un’opera rappresentativa perché come anche altri plot delle commedie plautine sono state poi riprese e sono entrate a far parte della storia del teatro. In questo caso l”Aulularia’ è resa celebre per il fatto che costituisce il plot originale latino dell’Avaro’ di Molière. Questo ha dato lustro a questa commedia nel tempo”.

“E’ una commedia che denuncia le bassezze e i vizi dell’essere umano?”

“Sì, in assoluto sì.  Questo però lo fa tutto il teatro latino, che attraverso la risata ha la funzione di educare o rieducare le persone. Quindi il teatro aveva una funzione sociale. Nella sua ritualità molto carnascialesca, molto buffa e anche molto esagerata nella sua estetica, aveva la funzione di rappresentare i vizi delle persone. In questo modo le metteva alla berlina e cercava di mettere all’attenzione delle persone le insidie dei vizi”.

“Quanto sono importanti le maschere in questa versione?”

“Le abbiamo usate cercando di tener fede filologicamente ma con grande divertimento a quello che era il teatro plautino. Un teatro tutto mascherato con maschere molto evidenti e stereotipatissime. Queste servivano a far capire immediatamente agli spettatori di che ruolo si trattasse. Alcuni personaggi addirittura non avevano neanche il nome. Erano proprio i vecchi senex e il servus. Avevano delle caratteristiche molto stereotipate che davano immediatamente allo spettatore un messaggio sul tipo di personaggio di cui si trattava. Le platee di allora erano molto più turbolente delle nostre. Quindi c’era un prologo iniziale, la gente stava sulle gradinate non compostamente come stiamo noi nelle sale teatrali. Nel prologo c’era il riassunto compreso il finale talvolta raccontato della vicenda. La gente attraverso queste maschere stereotipate, anche se si distraeva parlando o facendo altre cose, aveva la possibilità di seguire la vicenda narrata”.

“Come mai avete scelto di far riferimento al cinema muto?”

“Perché dal mio punto di vista questo modo un po’ stereotipato ed eccessivo della recitazione mascherata è rinconducibile sul piano estetico nella modernità a quello che accadeva nel film muto. Perché la testualità plautina e quella del teatro delle origini non sono particolarmente sofisticate o psicologiche. Sono molto elementari. Quindi il gioco attoriale e anche quello espressivo del corpo erano la gran parte di quello che la gente amava vedere e andava a vedere. Da questo punto di vista abbiamo considerato la percezione estetica molto vicina a quella del teatro e del cinema muto. C’era questa recitazione espressionista molto presente”.

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