VERMICINO, QUELLE 60 ORE CHE SCONVOLSERO L’ITALIA

La tragedia di Vermicino fu uno degli eventi mediatici più seguiti dei primi Anni Ottanta. Il Paese intero rimase inchiodato per giorni davanti alla televisione. Gli italiani si dimostrarono attoniti e impotenti di fronte a un dramma ancora più lacerante, per il solo fatto che vedeva coinvolto un bambino di 6 anni. Gli spettatori assistettero a tutte le fasi. Dai momenti successivi alla caduta di Alfredino Rampi in un pozzo profondo 60 metri vicino a Frascati ai disperati quanto inutili tentativi di soccorrerlo. Dall’arrivo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul luogo della tragedia al pianto degli inviati. Infine la drammatica conclusione, dopo quasi tre giorni e una diretta RAI durata 18 ore.

Un fotomontaggio dell’epoca con la foto di Alfredino Rampi unita a quella del pozzo in cui cadde il piccolo

Vincitore del Premio per il Miglior Spettacolo e la Miglior Drammaturgia al DOIT Festival 2017 di Roma, dov’erano presenti anche i rappresentanti del Centro Rampi, la onlus sulla tutela dell’infanzia fondata da Franca Rampi, la madre di Alfredino,  L’Italia in fondo al pozzo è scritto e interpretato da Fabio Banfo. La regia è di Serena Piazza. In scena dal 5 all’15 giugno al Teatro Libero di Milano, ha l’intento di informare su una pagina di storia drammatica del nostro Paese, che non deve mai essere messa da parte, nemmeno 36 anni dopo.

La  parola all’autore e interprete Fabio Banfo

“Com’è nata l’idea di questo spettacolo?”

Nel 2016 la regista Serena Piazza ed io abbiamo vagliato diversi episodi della storia italiana. Ci è capitato tra le mani “Vermicino, Italia nel pozzo”, un libro scritto da Massimo Gamba. Abbiamo scelto questa storia perché conteneva tutto quello che volevamo dire sull’Italia, nel bene e nel male. Volevamo fare uno spettacolo intitolato “Ti odio, Italia”. In questa storia ci sono cuore e umanità, ma anche faciloneria, improvvisazione, disorganizzazione e conflitti tra poteri. 

“Su quali personaggi hai deciso di mettere di più l’accento?”

All’inizio avevo fatto parlare il presidente Pertini e il porchettaro che era a Vermicino a vendere panini. Serena Piazza ha pensato che questi monologhi portassero allo spettacolo un gradiente di umanità molto interessante. Quindi mi ha proposto di scrivere una commedia umana con personaggi che non avessero un peso maggiore di altri. Cerchiamo così di dare voce a tutta l’Italia di quei giorni. Intorno al pozzo prendono la parola diverse figure, tra cui due brigatisti che non hanno nulla a che vedere con la vicenda ma accennano alla teoria del complotto. Usare diversi personaggi è stato un modo per raccontare questa storia da vari punti di vista e salvare l’idea che è stato un dramma collettivo, non soltanto privato. 

“Parlate anche di Licheri, il volontario eroe che si calò nel pozzo?”

“Certo. Ho scritto un monologo per dare la parola alla persona più straordinaria insieme alla madre di Alfredino, che però ha rilasciato poche dichiarazioni. Mi ricordo le emozioni quando in prova Serena mi invitava a rallentare per far capire bene tutte le parole. E’ da brivido ripetere quello che dice quell’uomo straordinario che si è calato a 60 metri di profondità.

“La zona intorno al pozzo venne transennata.  Ciononostante, il luogo della tragedia si riempì di ben diecimila curiosi. Fu questo l’errore principale commesso durante i tentativi di salvataggio o ne furono fatti altri più gravi?”

La sequela di errori di Vermicino fu enorme. La gente inavvertitamente faceva cadere della terra nel pozzo, il che è tutto dire. Questo ha impedito ai soccorritori, già sotto pressione, di ragionare, perché si sentivano addosso gli occhi di tutto il Paese. Lo sbaglio più grave, a nostro giudizio, rimane la mancanza di coordinamento tra i vigili e gli speleologi. A un certo punto c’è stato un conflitto di poteri. Alfredino doveva per forza essere salvato dai vigili perché rappresentavano lo stato. Gli speleologi in quanto esperti non sono stati ascoltati. 

“Che messaggio volete far passare con questo spettacolo?”

Non ci interessava fare denuncia, perché a Vermicino sono stati commessi tanti errori, ma nessuno è andato lì per far morire il bambino. Hanno agito tutti di buon cuore. Volevamo far vedere una sorta di ingenuità di un’Italia che sicuramente non c’è più e che di certo non aveva delle colpe.  Quello che ci è piaciuto molto è che gli spettatori che vedono lo spettacolo vivono una catarsi che la televisione non ha dato. Il pubblico ci racconta di aver vissuto un impatto emotivo molto forte, ma di aver fatto pace con quella vicenda perché il teatro racconta e non rappresenta in modo brutale i fatti. Quindi fa un altro tipo di operazione. E poi volevamo far conoscere agli spettatori più giovani una storia che non hanno potuto vivere quando è successa.

“E’ un caso aver deciso di portare in scena lo spettacolo in giorni vicini a quelli del 36° anniversario dell’incidente?”

E’assolutamente un caso e ci sono venuti i brividi quando ce ne siamo resi conto. Il giorno ci è stato proposto, io ho detto che andava bene e devo dire che sono molto emozionato all’idea di pronunciare le parole “11 giugno 1981” l’11 giugno 2017. E’ un appuntamento emotivo che ho con me stesso e con il pubblico.

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