“TRUMAN CAPOTE”: LA PAROLA A GIANLUCA FERRATO

Il Teatro Franco Parenti di Milano presenta fino a domenica 12 febbraio Truman Capote – Questa cosa chiamata amore. Si tratta di uno spettacolo scritto da Massimo Sgorbani, con Gianluca Ferrato e la regia di Emanuele Gamba.

Gli eccessi di un dandy

In un irriverente monologo, Gianluca Ferrato, intervistato da Teatro.Online, interpreta la vita di Truman Capote, il cantore di un’America torbida di cui ha narrato la brillantezza e le oscurità, il diritto alla felicità e la paura per lo sconosciuto, per chi minaccia la tua proprietà, ma anche per chi è comunque, irriducibilmente diverso. Gay, dandy, esibizionista, insomma eccessivo, il Capote che da solo tiene la scena per un’ora e mezza si rivolge ad un’invisibile interlocutrice: Marilyn Monroe, sua carissima amica, anche lei segnata da un’infanzia difficile e costretta a recitare per tutta la vita un personaggio.

Intervista a Gianluca Ferrato

“Quali sono le caratteristiche principali di questo dandy che lei porta in scena?”

“Una delle caratteristiche è sicuramente la vita oltraggiosa che ha fatto. E’ un dandy a 360 gradi, è persino riduttivo chiamarlo così. Era tutto e il contrario di tutto. Dandy nel senso che aveva un atteggiamento di distacco nei confronti della vita in qualunque circostanza. Poi invece era pieno di passioni: per gli uomini che ha amato, per le storie andate a male, per i suoi grandi cigni, cioè le donne che costituivano la sua Corte dei Miracoli, che poi lui tradì. Quindi aveva l’atteggiamento di un uomo che cercava una rivincita, per il fatto di essere stato un uomo del Sud arrivato poi a New York.

Si è un po’ costruito il personaggio del dandy. Di certo non lo era per ragioni di acquisizioni familiari o perché era nobile e quindi gli era stato insegnato un modo di stare al mondo. Ha trovato che quella poteva essere una maniera per diventare un personaggio. Quindi è riduttivo definirlo dandy, ma certamente aveva delle caratteristiche che forse, se fosse un dandy a tutto tondo, apparterrebbero di più a un inglese. In fondo era un americano dell’Alabama, un povero ragazzo del Sud. Quindi era in prestito al ruolo del dandy”.

“Quale ritratto viene fuori dell’America di quegli anni?”

“Viene fuori il ritratto di un’America in grande trasformazione, anche diabolica, dell’epoca dei Kennedy, i due fratelli barbaramente uccisi. Sono stati due personaggi amatissimi, che lui annovera fra le grandi personalità di quell’America che lui va raccontando a questa sua ipotetica interlocutrice. Ne esce il ritratto di quell’America che conosciamo tutti. Un’America senza storia ma pronta a vivere tutto in funzione del futuro, proiettata nel tentativo di inventarsi qualcosa per essere sempre qualcosa di più. Con delle atrocità di potere terrificanti.

Un’America legata al mondo dello show business, ad assassini che uccidono i loro idoli. Ricordiamo John Lennon che viene ucciso da Mark Chapman, ma anche l’omicidio di Charles Manson a casa di Roman Polanski. Perché una delle caratteristiche degli americani è assassinare la gente famosa, piuttosto che essere un popolo di uomini con la pistola. Viene fuori tutta l’efferatezza e la pochezza del mondo americano. Poi, per certi versi, anche lo splendore di quell’America”.

“Quanto è importante la figura di Marilyn Monroe?”

“E’ fondamentale perché è quest’interlocutrice che per un certo periodo non si capisce. Poi, invece, durante lo spettacolo si capisce chi è e perché lui si sta rivolgendo a lei. E’ importantissima perché è  stata un fulcro nella vita di Truman Capote, così come lo è stata Elizabeth Taylor. Il mondo femminile intorno a Truman è stato importantissimo. Direi che in qualche modo è anche iconizzata, perché forse riassume tutte le donne che hanno fatto così tanto parte della sua vita e sono state uno strumento. Viene presa l’icona per eccellenza perché sono storie molto simili. Tutti e due, sia lui che lei, sono due persone vissute sotto falso nome. Lei si chiamava Norma Jean, erano due figli adottivi, quindi avevano una consonanza assoluta di base. Dunque diventa un emissario, una possibile interlocutrice ideale perché come lui è una che è andata a cercare un riscatto”.

“Perché Truman Capote fa a pezzi il sogno americano?”

“Lo fa a pezzi perché ne denuncia le atrocità e la pochezza. Quindi distrugge l’idea di sogno americano fatta di luci di Broadway, Hollywood e impalcature fittizie. Lo fa attraverso due ragazzi che arrivano in una casa e ammazzano quattro persone credendo di trovarci dei soldi. In fondo il sogno americano si regge davvero sul trasformare i carnefici in eroi e fare festa dopo la morte. Se non è distruzione questa, qual è?”

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