GABRIELE DI LUCA E I SUOI “ANIMALI DA BAR”

Mondi e storie diverse

Una produzione ironica, irriverente e visionaria è in scena fino al 2 aprile alla sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini di Milano: si tratta di Animali da bar, uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo. La drammaturgia è di Gabriele Di Luca, che ne ha curato anche la regia insieme ad Alessandro Tedeschi e Massimiliano Setti, autore delle musiche. In scena Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino e Paolo Li Volsi. La voce fuori campo è di Alessandro Haber.

Un bar abitato da una fauna di personaggi strani: un vecchio malato, misantropo e razzista; una donna ucraina che ha deciso di portare in grembo un bambino per una coppia italiana; un imprenditore ipocondriaco, un buddista continuamente maltrattato fisicamente dalla moglie; uno zoppo bipolare che deruba le case dei morti mentre viene celebrato il loro funerale; uno scrittore alcolizzato. Sei personaggi, anche se non in cerca d’autore, o forse sì. E quando l’alcol si fa sentire, cadono tutte le difese.

Intervista a Gabriele Di Luca

“Com’è nato questo progetto?”

E’ nato dopo il successo di ‘Thanks for Vaselina’. Abbiamo iniziato a lavorare su spettacoli più corali che in qualche modo dipingevano gli sfondi e gli interni di un Occidente alla deriva, fatto di nevrosi, piccole debolezze, storie di esseri umani forse insignificanti di cui nessuno parlerebbe mai. Però era proprio su questi personaggi che a noi interessava mettere un focus, perché sono la sintesi di un mondo fatto di frustrazioni, psicofarmaci e decadenza.Abbiamo deciso di mettere i protagonisti in un bar, in un luogo che facesse anche da soglia, da confine tra esterno ed interno. Ed ecco questa arena, un luogo pubblico nell’immaginario collettivo, ma allo stesso tempo estremamente privato.


“Quindi questo bar è un vero e proprio microcosmo variegato, giusto?”

Assolutamente sì, fatto di un’umanità capace di grandissimi momenti di conflitto, odio, cattiveria e cinismo, ma anche di speranza, amore, amicizia e vera solidarietà, come quando togli la crosta e vedi che sotto c’è un’umanità dirompente che ha voglia di uscire, di raccontarsi, di sperare e di cercare la felicità.

“Che cosa rende simili questi personaggi?”

La grande energia che mettono nella loro lotta. Non ci sono personaggi passivi. La loro battaglia contraddistingue una grande energia e allo stesso tempo un enorme bisogno d’amore; la ricerca di un posto dove sedersi nella vita, di trovare un luogo e una dimensione scomparsi che tornino ad essere solo ed esclusivamente loro.

“Senza svelare troppo, ti chiedo infine se c’è per i protagonisti una possibilità di salvezza?”

Certo che c’è. La salvezza nei nostri spettacoli non è data solo dal destino dei personaggi, ma dalla prospettiva di speranza e soprattutto dall’ironia, che per noi costituisce un’altissima forma di perdono. Noi relativizziamo tutte le nostre tragedie: non a caso definiscono ‘tragicomico’ il nostro teatro. Per alcuni c’è una speranza reale nello sviluppo narrativo, per altri c’è una potenzialità di speranza; altri ancora, invece, falliscono. Il senso di speranza è rintracciabile e palpabile.

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