“TAMBURI NELLA NOTTE”: INTERVISTA A FRANCESCO FRONGIA

 

E’ la prima nazionale di uno spettacolo di Bertolt Brecht ad inaugurare la stagione del Teatro Filodrammatici. Tamburi nella notte sarà in scena fino al 15 ottobre nella versione di Emanuele Aldrovandi diretta da Francesco Frongia. Ne sono protagonisti Luigi Aquilino, Edoardo Barbone, Denise Brambillasca, Gaia Carmagnani, Eugenio Fea, Ilaria Longo, Simone Previdi, Alessandro Savarese, Valentina Sichetti, Irene Urciuoli e Daniele Vagnozzi.

Dal dramma alla commedia

Si tratta della seconda opera teatrale di Brecht. E’ stata però la prima a essere messa in scena negli anni difficili del primo dopoguerra. Nato inizialmente come dramma e diventato commedia solo dopo la seconda revisione, è ambientato in una notte del novembre 1918 a Berlino, durante i preparativi per la rivolta spartachista. E’ una commedia ambigua. Qui la ribellione contro le convenzioni dipinge una vicenda che spezza ogni possibile idealizzazione romantica dei fatti.

 

La parola al regista Francesco Frongia

“Vogliamo raccontare brevemente la trama di Tamburi nella notte?”

In “Tamburi nella notte” si raccontano due storie: quella di un reduce che torna dalla prima Guerra Mondiale e vuole riconquistare la sua fidanzata che ha lasciato quattro anni prima. In quel momento scopre che lei è stata promessa sposa dai suoi genitori a un’altra persona, un ragazzo ricco con cui lui entrerà in conflitto nella seconda scena quando entrerà nel bar. Contemporaneamente, siamo a Berlino nel 1918. Nella città si sta muovendo il movimento degli spartachisti per attuare una rivolta che poi sfocerà in un bagno di sangue dove moriranno centinaia di persone. Lui, venendo rifiutato dalla fidanzata, entrerà in contatto con dei rivoltosi che gli proporranno di entrare a far parte del movimento di rivolta e in quel momento entrerà in conflitto con se stesso. Sarà cioè indeciso se partecipare alla rivolta o cercare di riconquistare in qualche modo la sua fidanzata.

“Quanto sono importanti la psicologia e i caratteri dei personaggi?”

In Brecht più che la psicologia sono importanti le tipologie e i caratteri sociali, quindi il quadro di riferimento cui appartengono dal punto di vista socio-politico. Ognuno di loro rappresenta un determinato ceto ed è anche il conflitto tra le diverse classi sociali a determinare poi il conflitto che manda avanti di fatto la storia. Sono molto importanti le caratterizzazioni che noi abbiamo fatto dei personaggi, perché avendo un’omogeneità d’età data dal cast, abbiamo dovuto caratterizzare fortemente i genitori attraverso l’uso di supporti che permettessero loro di essere grassi e di un trucco che li invecchiasse notevolmente.

“Perché Brecht ha trasformato quest’opera da dramma in commedia?”

Brecht è rimasto molto in conflitto con quest’opera perché non era soddisfatto del finale. Lui aveva scelto un lieto fine -se così possiamo definirlo, vista la situazione complessiva- e il soldato sceglie di non partecipare alla rivolta, quindi di lasciare il movimento rivoluzionario. Questo non lo convinceva, perché pensava che il pubblico si sarebbe potuto immedesimare, Quindi ha scelto una chiave un po’ più spinta sul grottesco, preferendo così una visione alternativa. In realtà io parto da un tono più da commedia nella scena della famiglia, per poi incupire piano piano tutto il finale e andare sempre più verso un “nero” che avvolge sempre di più tutti i protagonisti della storia.

“C’è un messaggio particolare in questo testo?”

Il messaggio è quello di non giudicare le scelte degli altri, perché secondo me è importante che ci sia uno sguardo anche amorevole nei confronti del reduce. Lo dicono continuamente: “Ha vissuto, lasciamogli dire cosa ha vissuto e che cosa è successo”. Il messaggio è quello di non farsi influenzare dalle ideologie e cercare di vedere al di là di quello che sono le scelte personali. Ma allo stesso stempo quello che cerchiamo di far passare è la consapevolezza che se c’è una cosa che può cambiare il mondo, questa è sicuramente la bellezza, e probabilmente non la lotta armata.

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