“HUMAN” E LA FORZA DEL TEATRO: 5 DOMANDE A LELLA COSTA

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Debutta venerdì 25 novembre al Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia dove rimarrà in scena fino a domenica 27, “Human”. Lo spettacolo è stato scritto da Marco Baliani (anche regista e interprete) e Lella Costa, a sua volta protagonista sul palcoscenico. Compongono il cast anche quattro giovani attori: David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis e Luigi Pusceddu.

RAVENNA FESTIVAL 2016. HUMAN Marco Baliani, Lella Costa Foto Fabrizio Zani / Daniele Casadio

La prima ispirazione è l’”Eneide”, che celebra la nascita dell’impero romano da un popolo di profughi. Marco Baliani parte dal mito per interrogarsi sul senso profondo del migrare. Poi l’incontro con Lella Costa e la reminescenza di un altro mito, ancora più folgorante nella sua valenza simbolica: Ero e Leandro, i due amanti che vivevano sulle rive opposte del fiume Ellesponto. Dal tema delle migrazioni e dalla volontà di raccontarne l’ “odissea ribaltata” prende avvio “Human”. La linea nera che attraversa il titolo evoca la presenza dell’umano e al tempo stesso la sua negazione.

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Teatro.Online ha intervistato Lella Costa, autrice e protagonista dello spettacolo.

Perché in Human è così importante la mitologia intesa come origine che dà un senso alla migrazione?”

Perché nel rapporto con il nostro mestiere, anche se seguendo percorsi diversi, sia Marco Baliani che io abbiamo imparato sul campo che le storie forti, quelle che davvero riguardano l’umanità e nella fattispecie anche la contemporaneità, in genere hanno radici molto lontane. Più si riesce a raccontarle attraverso la distanza del mito e meno vengono assimilate all’attualità e alla cronaca. Quindi acquistano una forza e una durata maggiori. Questo avviene perché il teatro deve o dovrebbe durare più dell’informazione, della televisione e della Rete. L’idea è un po’ questa”.

A un certo punto dici: “Ho visto il dolore delle madri, non piangono, non urlano”. Eppure, il loro è uno strazio pieno di dignità, è così?”

Sì. Naturalmente è sacrosanto che le madri urlino e gridino quando devono vivere le atrocità della separazione dai loro figli e magari anche il fatto di vederli letteralmente massacrati sotto i loro occhi. Però ci sembrava che fosse più forte e atroce il silenzio. La pensiamo così anche riguardo alle immagini delle madri che non gridano ma si spezzano quando sono costrette ad abbandonare i propri figli perché non sono più in grado di fuggire con loro. Quindi questa è una tragedia che riguarda l’oggi, ahimè. Però è anche la storia che può essere quella che io racconto in quel momento. Una storia di più di 2000 anni. Riguarda una fuga in Egitto che aveva coinvolto anche Maria, Giuseppe e il loro figlio in fuga. Quindi c’è anche quest’idea di raccontare storie che possano adattarsi all’oggi ma essere davvero ancora più lontane ed eterne”.

Magari senza andare così lontano nel tempo quelle che presentate in Human sono anche storie simili a quelle delle madri di Plaza de Mayo?”.

Certo. O anche a quelle delle madri della Resistenza italiana, alle madri di guerra, alle madri che in tutte le guerre hanno sempre e soltanto portato il peso del lutto e della fatica di continuare a vivere quando in realtà non ne avrebbero più motivo”.

Perché è una convivenza così difficile quella tra il loro destino di perseguitati e il nostro di persone inadeguate a gestire un’emergenza così grave?”

L’hai detto tu nella domanda: non siamo preparati, siamo inadeguati. Non abbiamo figure di riferimento autorevoli nella politica e nelle istituzioni che ci aiutino in un passaggio molto difficile. Io non credo che sia giusto che sulle persone più deboli, più fragili e con meno strumenti debba pesare l’anatema sociale che dice che non siamo accoglienti. L’accoglienza è complicata, è un punto di arrivo. Non può essere qualche cosa che viene imposto.

E’ difficile, perché tanti continuano ad alimentare la diffidenza e i pregiudizi. Se continuiamo a pensare che ci debba essere un nemico esterno per poterci coalizzare e non renderci conto di come siamo ridotti noi, e penso ancora una volta alle persone più fragili e più deboli dal punto di vista economico e culturale, allora si allontanerà sempre di più il momento della comprensione. Sarà sempre più difficile potersi guardare reciprocamente come esseri umani e non come appartenenti a schieramenti etnici o opposti”.

Quando ti ho intervistata per Ferite a morte tu hai usato un’espressione molto bella: quella di ‘saracinesca emotiva’. Ti riferivi a quella che il pubblico rischia di abbassare quando si parla di violenza sulle donne. Anche in Human si parla di violenza sui deboli e gli oppressi, cioè i migranti. Secondo te, per voi attori è più facile rispetto ai mass media, ai politici e alle autorità sensibilizzare il pubblico su una tematica così importante come quella della migrazione?”

Sicuramente noi partiamo avvantaggiati dal fatto che il pubblico che viene a teatro sceglie. Quindi si mette in una disposizione d’animo, magari anche sacrosantamente critica, però di ascolto. Sono disponibili a essere interrogati nel senso di recepire insieme a noi. Condividono i nostri dubbi e le nostre inquietudini. Non abbiamo certezze perché non le ha nessuno rispetto a un tema come questo. Però anche il solo fatto di poterne parlare diventa un momento in cui forse emotivamente ci si mette in gioco.

Questa settimana abbiamo portato Human in Friuli. Abbiamo avuto una sera 150 ragazzi di quattro classi di un liceo e due terze medie. La mattina dopo li abbiamo incontrati tutti. Non volava una mosca, non c’era un cellulare. Ci hanno fatto delle domande che ci hanno dato la misura di quanto si sono sentiti toccati e coinvolti. E’ particolarmente importante, perché quella di Human è una storia che sicuramente riguarderà loro. Il futuro andrà così. Io credo che il teatro abbia questa forza: quella cioè di rappresentare un incontro tra persone viventi. Ha un’unicità, perché quell’incontro, con quell’alchimia e quella contraddizione, non si verificheranno mai più. Se tutti riusciamo a cogliere questo aspetto in questo attimo, allora forse ne usciremo più arricchiti”.

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