“LA LAVATRICE DEL CUORE”: 3 DOMANDE A MARIA AMELIA MONTI

maria-amelia-montiIl Teatro Verdi di Milano presenta fino a mercoledì 19 ottobre per tre sere “La lavatrice del cuore”, uno spettacolo di Edoardo Erba interpretato da Maria Amelia Monti.

Accompagnata al violoncello da Federico Odling, l’attrice racconta le testimonianze di chi ha vissuto l’adozione direttamente o indirettamente. Uno spettacolo in cui si alternano prosa e lettura. Ci sono momenti di grande commozione e sensibilità, senza però rinunciare all’ironia connotata da una leggerezza che non sconfina mai nella superficialità.

Per saperne di più, Teatro.Online ha intervistato Maria Amelia Monti, che nello spettacolo parla anche della sua esperienza di madre adottiva.

“Come nasce il titolo di questo spettacolo?”

“Da alcune lettere di genitori a figli adottati arrivate al Festival delle Lettere 2013. Ne è arrivata una intitolata ‘La lavatrice del cuore’ : una mamma raccontava quello che le aveva scritto la bambina nera che aveva adottato, cioè la sofferenza dell’abbandono. Non sapendo più come consolarla, una sera la madre dice alla bambina disperata: ‘Lo sai che a tutte le donne quando diventano mamme viene assegnata una lavatrice?’

La bimba stupita chiede: ‘Cosa?’ ‘Sì, una lavatrice del cuore.  Quando sei triste, apri l’oblò e butti dentro tutte le tue sofferenze. Poi la lavatrice le lava e passa tutto. Allora la bambina apre l’oblò . Piangendo si interroga sul perché una mamma possa abbandonare la figlia. Parla della sua mancanza dell’Africa e del fatto che lei è marrone e gli altri bambini sono bianchi. Continua a piangere, la madre non ce la fa più a resistere e inizia a piangere anche lei. A quel punto la bambina dice alla madre adottiva: ‘Vedi che ti ho fatto piangere?’ La madre alla fine risponde: “Ma no, tranquilla, è solo l’acqua dello scarico della lavatrice!” Da questa lettera è nato il titolo dello spettacolo”.

“Parlando in generale del testo, quali sono le differenze tra un uomo e una donna nella gestione dei figli?”

“Metà del testo è costituito dalle lettere vere che io leggo. Poi c’è un pezzo scritto da Edoardo per alleggerire l’emozione di questi scritti molto toccanti. Parlando del terzo figlio che abbiamo adottato, Edoardo ha raccontato in questo diario tutta la nostra trafila burocratica durata quattro anni. Un percorso che devono fare tutte le famiglie che intraprendono l’avventura dell’adozione. Un diario molto divertente. Parlo degli assistenti sociali che ci piombano in casa, della visita con lo psichiatra e di tanti cavilli burocratici”.

“Riguardo alle differenze tra uomo e donna nella gestione dei figli, cosa esce dalle lettere di questi genitori?”

“Il fatto che la madre, sia con i figli naturali ma ancora di più con quelli adottati, ha un ruolo più pesante.  Di solito  il senso dell’abbandono è scaricato più su di lei che sul papà. Con la mamma adottiva il rapporto è più conflittuale. Questo avviene perché i bambini piccoli hanno già sperimentato un rapporto di abbandono causato da una donna. La relazione con il padre è più semplice. Ci sono però  lettere di padri che raccontano di avere fatto una fatica talmente grande a impostare un rapporto con il figlio adottato che erano quasi tentati di scappare. Per esempio, un padre, parlando della difficoltà nel rapporto affettivo con la figlia, alla lunga ha capito che si arriva all’amore attraverso percorsi diversi e non uniformi.

A parte la loro autenticità  quello che mi piace molto di queste lettere è la loro spregiudicatezza. Non esaltano l’adozione come un fatto obbligato o come un gesto di bontà. E’ un gesto di fiducia nella vita. Come quello che fa qualsiasi coppia mettendo al mondo un bambino”.

 

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