“IO, MOBY DICK”: 4 DOMANDE A CORRADO D’ELIA

Corrado d’Elia porta in scena fino al 17 giugno al Teatro Litta di Milano Moby Dick di Herman Melville. Nel suo spettacolo viene messa in luce la figura del capitano Achab. Ossessionato dal desiderio di vendetta, cerca per tutti i mari la balena che anni prima gli ha amputato una gamba e affondato il carico. Il diabolico animale, pur rimanendo ferito, riesce sempre a salvarsi, alimentando ulteriormente l’impari scontro tra l’uomo e la naura.

Teatro.Online ha chiesto a Corrado d’Elia se la sete di vendetta  di Achab sia alimentata da un delirio di onnipotenza.

E’ qualcosa di più di una vendetta. Achab e la balena sono uniti in un mito archetipico. E’ qualcosa di insondabile, perché nessuno dei due riesce a vivere senza l’altro.  L’Achab che ho scritto è una metafora che raggruppa Faust, Ulisse e Prometeo.

“Ricorda anche altre figure delle mitologia greca?”

Penso a qualcosa di archetipico, perché Ulisse incarna la conoscenza. Prometeo ruba il fuoco per darlo agli uomini. Poi penso a Faust per il rapporto con il tempo e con il mistero. “Moby Dick” è un testo che contiene moltissima religione. Fa riferimenti continui all’Antico e al Nuovo Testamento,  quindi viene fuori un personaggio nuovo e sconvolgente che mi ha attratto per la sua grande complessità.

“Achab però non riesce mai a rendersi conto della sua infinita piccolezza di fronte alla natura. E’ così?”

In realtà l’avverte. Si ribella contro Dio, contro la scienza, contro la natura. Non credo però che voglia misurarsi con la grandezza essendo così grande. E’ qualcosa che riguarda l’uomo contemporaneo che spesso si accontenta. Il mio testo “pesca” in Moby Dick ma per raccontare anche la contemporaneità.

“Quanto hai mantenuto del testo originale di Melville?”

Leggere questo romanzo è come mettersi a fare un viaggio. Sembra quasi di leggere Joyce o libri in cui la disconnessione sintattica e quella della parola sono la caratteristica principale.  Ho fatto diverse riscritture di questo lavoro, ma alla fine tutto è giocato da Ismaele e da Starbuck, che rappresenta l’alter ego, la razionalità, la religiosità e il rigore. Due figure che incarnano bene quello che volevo raccontare. “Moby Dick” uscì in Italia solo quando un giovanissimo Cesare Pavese decise di tradurlo facendo riscoprire il grandissimo valore di quest’opera.

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