“NOME DI BATTAGLIA LIA”: LA STORIA VERA DI UNA PARTIGIANA

Lia, caduta per la sua città

Dal 25 al 29 aprile il Teatro Atir Ringhiera di Milano mette in scena Nome di battaglia Lia. Si tratta di uno spettacolo scritto e diretto da Renato Sarti, anche protagonista con Marta Marangoni Rossana Mola.

Non è un caso che questa pièce venga proposta proprio in concomitanza con l’anniversario della Liberazione. Il quartiere milanese di Niguarda, dove si svolsero i fatti, si liberò infatti con un giorno d’anticipo rispetto al capoluogo lombardo e al resto d’Italia. Era il 24 aprile 1945 e proprio in quel giorno accadde uno dei fatti più tragici della storia meneghina: colpita al ventre da una raffica di mitra dei nazisti sulla via della fuga, moriva incinta di otto mesi Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia, una delle figure più importanti del Gruppo di difesa delle donne.

Gina Galeotti Bianchi (Lia)

4 domande a Renato Sarti

“Si può dire che quella di Gina Galeotti Bianchi fu davvero una delle figure più importanti della Resistenza?”

Assolutamente sì, non solo per la sua storia specifica, per il sacrificio, la morte, il bambino che aveva in grembo e perché era dirigente del Gruppo di difesa delle donne che contava 50.000 aderenti a Milano, ma soprattutto perché molte volte non si contempla il fatto che all’interno della Resistenza il ruolo delle donne era fondamentale. Basti citare un episodio, che non riguarda la storia di Lia, ma che fa parte di quella di Milano e dintorni. I grandi scioperi del marzo 1943 e 1944 a Cinisello nelle grandi fabbriche partirono dal reparto bulloneria della Falck che su 430 operai contava 400 donne. Dopo la mensa scatenarono un’insurrezione intorno al loro posto di lavoro, cacciarono a pedate nel sedere i fascisti che le volevano obbligare e in pochi giorni, oltre al reparto bulloneria, tutta la Falck scioperò. La Pirelli, la Breda e la Magneti Marelli fecero la stessa cosa A fine mese il numero di fabbriche che scioperarono tra Milano, Torino e Genova arrivò a 290 unità.

“A parte il vostro spettacolo, secondo lei è una figura conosciuta in modo equo rispetto ai suoi meriti?”

Il nostro spettacolo ha contribuito a dedicarle un piccolo giardino a Niguarda. Quattro-cinque anni fa abbiamo fatto una rappresentazione alla Camera e in occasione di una prima della Scala, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha citato il sacrificio di Lia. Non è sicuramente solo merito nostro, però diciamo che il nostro spettacolo ha contribuito a fare in modo che si sappia qualcosa di questa figura che prima di allora era quasi del tutto sconosciuta.

“Quale potrebbe essere il modo migliore di continuare a renderle omaggio?”

Il fatto che la città si ricordi non solo di Gina Bianchi, ma anche di tutte le altre donne della Resistenza. L’elenco è lunghissimo: Pina Re, Lina Vecchio, Onorina Brambilla, Dorina Pesce, le donne di Niguarda. C’è una quantità di donne infinita che ha dato un apporto fondamentale alla Resistenza. Bisognerebbe sempre fare in modo che si tenesse conto di questo fatto, per esempio in occasione delle manifestazioni. Non è una questione di quote rosa o di parità. Io credo che all’interno della politica, della società civile, della cultura, del teatro e della giurisprudenza ci siano donne che sanno fare il mestiere degli uomini a parità.

“Fanno impressione le ultime parole di Lia, che furono davvero profetiche: quando nascerà il bambino non ci sarà più il fascismo“.

Lei sapeva che la città il giorno dopo sarebbe insorta. Probabilmente – e dico probabilmente perché nessuno lo sa e lei ovviamente non poteva dirlo – lei disse a Stellina Vecchio: ‘Domani mio marito sarà liberato e quando nascerà mio figlio non ci sarà più il fascismo’. Sapeva che la Liberazione era dietro l’angolo e probabilmente portava a Niguarda l’ordine per l’insurrezione del giorno dopo. Quindi lei era ben al corrente degli eventi di quel momento e sapeva benissimo che il dominio nazista sarebbe finito di lì a poco. Non avrebbe però di sicuro immaginato che il giorno prima della Liberazione, che doveva essere un momento di gioia e di festa, le cose sarebbero arrivate a una conclusione così tragica.

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