ALESSANDRO PAZZI E “IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO”

Alessandro Pazzi

Fino al 12 febbraio il Pacta Salone di Milano presenta in prima assoluta Il sogno di un uomo ridicolo. Lo spettacolo è  tratto da un racconto di Fedor Dostoevskij e la  regia è firmata da Alessandro Pazzi, che ne è anche protagonista in scena con Rocco Fava.

Egoismo e crisi esistenziali

L’uomo ridicolo vive una profonda crisi esistenziale, quella dell’egoismo, che lo porta a non curarsi di nulla e di nessuno. Ma in questo egoismo si cela la radice di una profonda infelicità. Pensa di spararsi, si addormenta davanti alla rivoltella e sogna. Nel sogno intraprende un viaggio straordinario in una terra inesistente, autenticamente diversa, dove improvvisamente scopre nell’amore verso il prossimo il segreto della vera felicità.

Un altro intenso ritratto di Alessandro Pazzi

Gradito ospite di Teatro.Online e ormai di casa su questo blog è Alessandro Pazzi, regista e protagonista dello spettacolo.

La parola ad Alessandro Pazzi

“Sei d’accordo nel dire che l’egoismo è il vero protagonista di questo testo?”

“Assolutamente sì. Perché ‘Il sogno di un uomo ridicolo’ parla proprio di un uomo che decide di suicidarsi solo per egoismo. Dostoevskij non dice nemmeno il suo nome e ce lo descrive come un uomo sui 40 anni assolutamente privo di legami affettivi. Proprio perché non sente più empatia con il mondo e nemmeno con se stesso, decide di uccidersi. Quindi l’egoismo è assolutamente il protagonista di questo racconto, che però è una parabola positiva”.

“Ci sono tre figure in questo spettacolo. Ce le vuoi presentare brevemente?”

“Il protagonista incontra una bambina, un angelo che lo porta in questa sorta di paradiso terrestre e gli abitanti di quel paradiso terrestre che lui corrompe. Per ragioni sceniche io ho fatto interpretare a uno stesso attore i tre personaggi, che nel mio adattamento sono diventati un giovane che lui incontra alla periferia di San Pietroburgo, l’angelo che lo porta nel paradiso terrestre e l’abitante dell’isola che lui corrompe. Ho fatto la scelta di prendere un unico attore, quasi come se fosse la stessa faccia di un destino che incombe sul protagonista”.

“Qual è il destino ultimo dell’uomo in questo spettacolo?”

“La felicità in questa vita. Dostoevskij verso la fine dice: ‘Io non credo che il male sia il protagonista assoluto di questo mondo. Io credo che gli uomini possano essere bellissimi e felici, a patto che riescano ad amarsi l’uno con l’altro. Non c’è nessuna ricetta per la felicità’. E’ un messaggio assolutamente semplice quello che lui lancia”.

“Si può sperare in una catarsi finale?”

“Certo che si può. Naturalmente è un vecchio monito che però non ha mai attecchito. Però Dostoevskij dice: ‘Io lo grido lo stesso’. Il titolo parla di un uomo ridicolo, perché ovviamente gli altri ridono di lui. E’ forse un uomo che finirà i suoi giorni in un manicomio e che è oggetto di scherno. Però le ultime parole del testo sono: ‘Io andrò, io camminerò, io annuncerò questa verità’. In qualche modo c’è per lo meno il tentativo di farlo”.

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