Roberto D’Alessandro, “49 sfumature di giallo”

Quattro sconosciuti partecipano a un escape room teatrale, pensando di affrontare una sfida divertente e stimolante. Tuttavia il gioco prende una svolta oscura e misteriosa, trasformandosi in un thriller che rivela segreti inaspettati. Mentre il tempo scorre, devono risolvere enigmi e affrontare paure per evitare conseguenze sconosciute. Riusciranno a fuggire e scoprire le verità nascoste del teatro?

49 sfumature di giallo – Escape room a teatro è uno spettacolo scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, che ne è anche protagonista al Teatro Martinitt di Milano fino al 18 maggio con Laura De Marchi, Geppi Di Stasio e Giuseppe Cantore.

La parola al regista

Che cosa si intende esattamente con l’espressione “escape room“?

E’ un gioco di società che sta imperversando in questo periodo nelle città e non solo in quelle italiane, dove si fanno giochi di ruolo e dove si dà un tema al cui interno ci sono dei quesiti, come in una caccia al tesoro. Dipende dagli autori, ma può essere o all’altezza de Il codice da Vinci di Dan Brown o un gioco dove si risolvono dei quesiti molto semplici. L’intento è quello di trovare l’uscita attraverso domande su dov’è la chiave o sul modo in cui uscire.

Si può partecipare in quattro, cinque, sei e le stanze sono di diversa grandezza. Io ho una figlia di sedici anni che fino a un po’ di tempo fa partecipava a questo gioco con le amiche e un giorno mi ha portato con lei. Devo dire che non sono rimasto particolarmente affascinato dalla situazione, però l’idea di andare incontro ai giovani mi ha fatto pensare di fare una cosa del genere a teatro. Mi sono chiesto come e l’ho fatta a modo mio, per quello che sono io e per il peso che ho. In tutti i sensi.

E’ un thriller in cui si ride anche?

Soprattutto si ride! E non solo, perché, per come sono fatto, non riesco ad essere semplicemente e banalmente comico. Sarebbe già tanto. Magari ci riuscissi! (ride) Non è un vanto, perché la platea orizzontale tende al ribasso, quindi più facile è la risata più vasto è il pubblico. Qui invece si parla di simboli all’interno di un tempio massonico e già questo alza il livello in maniera vertiginosa.

Che cosa accomuna questi quattro sconosciuti, a parte il fatto di trovarsi nell’escape room?

All’inizio sembrano sconosciuti, poi invece si scopre che si conoscono molto bene, perché appartengono tutti e quattro a un vecchio gruppo di cabaret. Non si vedevano da vent’anni e qualcuno li ha legati, chiusi e imbavagliati in questo tempio massonico. Quindi si risvegliano, si guardano e si riconoscono. Da lì ricominciano anche a rinvangare i misteri legati alle loro vite, a quello che hanno fatto e al motivo per cui si sono sciolti.

Quali sono i risvolti psicologici più importanti dei personaggi?

E’ un percorso iniziatico per comprendere la ragione per cui questi quattro non hanno continuato a fare parte di questo gruppo. C’erano delle incompatibilità più esistenziali che caratteriali. Tranne un personaggio, non hanno un arco scenico che li porta a risolversi o a cambiare. E’ semplicemente una prova che li attraversa rendendoli consapevoli, cosa che è l’intento della massoneria. Il processo iniziatico tende a consapevolizzare.

La parte più interessante è che il pubblico sarà chiamato a partecipare e ad uscire dalla stanza chiusa. Sarà quindi un escape room collettiva che finisce con tutti quanti insieme, con un count down che sta scadendo. Quindi c’è una certa urgenza di trovare l’uscita e la chiave. Gli spettatori partecipano molto e si divertono tantissimo.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Lia Chirici
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