Domenico Ammendola, “Procedura”

Una stanza spoglia e senza finestre, in cui si svolge un confronto serrato tra due uomini: Uno, di circa sessant’anni, e Quell’altro, di circa trenta. Chi sono veramente? A cosa si stanno sottoponendo? Sono davvero due uomini o uno dei due è un doppio, un clone arrivato lì per acquisire e immagazzinare dei dati?

Procedura di Renato Gabrielli, diretto da Domenico Ammendola, è in scena al Teatro Litta di Milano fino al 12 novembre. Ne sono protagonisti Massimiliano Speziani e Daniele Gaggianesi.

Parla Domenico Ammendola

E’ un fatto positivo che in futuro possano esistere delle repliche di noi stessi o dobbiamo preoccuparci?

Credo che sia difficile stare tranquilli, non solo per quello che pensa l’autore e per come ha scritto Procedura. La visione di questa possibilità non è ottimistica, per usare un eufemismo. Anche in base alla ricerche che abbiamo effettuato lavorando sul testo, i segnali sono abbastanza inquietanti, perché con l’intelligenza artificiale basata su algoritmi che imparano da soli, stiamo notando una velocità di miglioramento e di progresso da parte loro molto superiore alle aspettative. Un gruppo di scienziati della NASA e del CERN hanno detto, riguardo all’intelligenza artificiale, che dovremmo fermarci per dieci anni, perché ora non siamo pronti. Rischiamo di farci superare e di non riuscire più a controllarla, perché nel rapporto con le macchine il problema è sempre l’uomo.

Questo è un testo che scandaglia gli aspetti più profondi dell’anima. E’ quasi un trattato di psicologia?

No, direi che è una definizione eccessiva. La questione dell’androide è sicuramente un pretesto per parlare della fallace natura umana, perché Uno, il protagonista, è un uomo con tutti i suoi difetti, i suoi errori e il suo “nero”, come viene detto nel testo. Attraverso la procedura che l’androide fa su di lui per cercare di entrare meglio in sintonia con quello che lui dovrà dire, vengono fuori gli aspetti più fallaci, oscuri e tetri dell’animo umano, che nel suo caso sono abbastanza pesanti, ma che possono essere caratteristici di ognuno di noi. Di sicuro questo testo scandaglia bene l’animo umano.

E’ giusto dire che l’algoritmo non può influire su quella che chiamiamo esperienza?

Forse non ancora, ma le avvisaglie che abbia la capacità di poterlo fare in futuro ci sono ed è una delle cose più inquietanti, perché se per esperienza parliamo di vita, l’algoritmo potrebbe veramente condizionare in maniera decisiva la nostra esistenza.

Quant’è complesso il tipo di procedura cui vengono sottoposti i due protagonisti?

All’interno del testo, la procedura è unica ed è rivolta verso l’umano, nel senso che l’androide cerca di apprendere i suoi aspetti più nascosti. In lui sono stati infatti riversati tutti i ricordi e l’esperienza di vita reale avuta dall’umano. Quello che l’androide non conosce sono i lati più occulti di questi ricordi. E’ come se buttassero noi dentro a un film che ci riguarda ma che non abbiamo vissuto. Avremmo quindi bisogno di parlare con un nostro alter ego per capire meglio perché abbia compiuto certe azioni in relazione a un episodio. Dunque la procedura è completamente rivolta verso l’umano. Inizialmente essa sembra essere una pura formalità, ma in realtà, andando a scandagliare l’animo umano sembra più invasiva per Uno. A un certo punto si vive l’inconsapevolezza del male fatto dall’uomo. La macchina si rende invece conto di tutto l’orrore che stanno riversando dentro di lei e gli chiede espressamente di togliere l’autocoscienza in modo da poter gestire tutto questo “nero”.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
  • Clicca QUI per iscriverti al canale YouTube di Teatro.Online e vedere tutte le nostre interviste video