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Spinto dall’invito di uno scrittore cecoslovacco in esilio negli USA, Zdeněk Sisovský, Zuckerman si reca a Praga negli anni ’70, sotto l’occupazione sovietica, dove si vive ancora la repressione della Primavera di Praga. Cerca il manoscritto di racconti di uno sconosciuto scrittore yiddish di grande talento ucciso dai nazisti. Verrà in contatto con artisti disperati e oppressi.
I cioccolatini di Olga è in scena al Pacta Salone di Milano dal 17 al 20 ottobre. Liberamente ispirato a L’orgia di Praga di Philip Roth, lo spettacolo vede protagonisti Antonio Marfella e Alessandra D’Elia. La drammaturgia e la regia sono firmate da Laura Angiulli.
A tu per tu con Laura Angiulli
In che modo è stato per lei fonte di ispirazione il romanzo di Philip Roth per la realizzazione di questo spettacolo?
Io devo premettere che da tempo sono un’appassionata lettrice delle sue opere. Questo breve testo mi aveva molto affascinato, anche perché una volta io avevo fatto un lavoro che affrontava il tema della patria difficile che fa soffrire per la distanza o per l’indipendenza. Quindi mi piaceva ancora fermarmi in quest’Europa dell’est. L’orgia di Praga mi ha dato una grande opportunità. Sul piano del linguaggio abbiamo cercato di conservare la stessa nettezza attingendo all’opera. Mi sembrava più interessante affidare questo compito a due soli attori. Credo che sia una soluzione abbastanza felice per la possibilità di portare al pubblico un’operina che non so quanto sia letta. Tra i romanzi di Roth, non è il più diffuso. E’ un testo che amo molto e non è la prima volta che metto in scena un lavoro di questo scrittore. C’è quindi un’affettività con quel mondo letterario.
Roth è un importante narratore degli Stati Uniti contemporanei e ha un legame molto difficile da recidere con l’Europa delle precedenti generazioni, in particolare con la Cecoslovacchia di quel tempo. C’è ancora evidentemente un sentimento allevato all’interno della famiglia, in un New Jersey un po’ periferico degli Stati Uniti, in questa grande colonia ebrea, perché gli americani che vengono da Praga sono quasi tutti ebrei. Sono fuggiti dal periodo della cortina di ferro e sono approdati in America, dove molti hanno fatto fortuna. In altre opere di Roth la narrazione di questa etnia è ancora molto vicina. Un grande esempio è Woody Allen, uno degli artisti più interessanti del nostro tempo. E’ sia ebreo che europeo che americano.
Quanto si avverte nello spettacolo il contesto storico della capitale ceca degli anni Settanta immediatamente successivo alla Primavera di Praga?
Fortemente. E’ molto presente nella figura di Olga alla quale io affido l’espressione del mal di vivere, della disperazione e dell’impossibilità di evadere da quel clima e da quel mondo. Quindi è molto potente. E’ uno degli elementi che mi ha affascinato di più.
Perché gli artisti che il protagonista incontra sono disperati e oppressi?
Olga lo è per mancanza di libertà perché non ci sono prospettive. E’ tutto distrutto e nessuna libertà è consentita, salvo quella del sesso. In effetti c’è un rispetto ridotto per la propria indipendenza anche sul piano personale e dell’offerta del corpo stesso.
Perché lo spettacolo si chiama I cioccolatini di Olga?
Perché in questa scatola di cioccolatini c’è una raccolta di opere scritte da un autore ebreo, il padre più o meno giovane esiliato negli Stati Uniti e sfuggito a una persecuzione del regime. In questa scatola di cioccolatini Olga conserva questo scritto concreto che finisce nelle mani dell’autore ed è la stessa persona di Philip Roth che si intravede nel protagonista e che raccoglie questo testo. Verrà sequestrato dal regime e non uscirà mai. Per la letteratura allora non c’era neanche la libertà di esistere e di conservare la sua stessa memoria. Questi racconti non usciranno mai da Praga e sono destinati con la stessa protagonista Olga a un definitivo abbandono nelle mani di un potere che non sa riconoscere né i talenti né i diritti alla libertà.
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Giulia Colombo
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