Aristofane e “Gli uccelli” di Filippo Renda

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Il desiderio di evasione come gesto poetico e politico. Un viaggio attraverso cieli immaginari e utopie ribelli alla ricerca di un altrove possibile. Una delle commedie più popolari di Aristofane, in cui il protagonista Spietaldo è un uomo anziano, deluso dalla propria vita, dalla città e dal patto razionale su cui si fonda il suo mondo. Il suo sogno di evasione non nasce da uno slancio utopico, ma da una frustrazione profondamente aderente al sistema che lo ha generato. Spietaldo non sogna una liberazione, ma un rovesciamento: da servo a padrone, da escluso a dominatore. Il suo desiderio di rivoluzione èè in realtà un desiderio di scalata.

Gli Uccelli di Aristofane è in scena al Teatro Litta di Milano fino al 15 marzo. La drammaturgia e la regia sono di Filippo Renda e i protagonisti dello spettacolo sono Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca, Eleonora Mina e Claudio Orlandini.

Intervista a Filippo Renda

Che tipo di lavoro hai fatto sul testo di Aristofane?

Un lavoro molto impegnativo, forse il più impegnativo da quando mi occupo di riscrittura. Ho cercato di immaginare quali potessero essere i tabù, le paure e i dubbi da cui partiva questo testo e liberarlo da una certa forma di simpatica superficialità nella quale non mi riconoscevo. Però, come sempre cerco di fare nelle mie riscritture, senza tradire lo spirito dell’autore, quindi senza appropriarmi veramente del testo, ma cercando di infilarmi tra le pieghe della drammaturgia. Ho cercato di metterla in contatto con il mio percorso, che si occupa di relazione tra il mondo contemporaneo e il mondo arcaico e tribale, tra l’autocrazia e il mondo mutualistico. Questo è il lavoro che ho fatto: ho cercato di raccontare e costruire una favola nera nella quale spero che il pubblico possa perdersi.

Chi è veramente il protagonista Spietaldo?

Incredibilmente, come spesso succede con l’arte, il teatro e la letteratura, è un uomo nel quale ci possiamo veramente tanto riconoscere e nel quale possiamo riconoscere tanti uomini che hanno fatto delle scalate nel nostro presente e che le stanno facendo. La cosa più grande su cui abbiamo lavorato con l’attore Claudio Orlandini è però il fatto che è un uomo in buona fede. Quindi, quando arriva in questo mondo alternativo, prova veramente a cercare delle risposte alle delusioni e alle frustrazioni della propria vita, ma il potere è veramente una sostanza che crea assuefazione, perdita di sé e un’euforia incontrollabile. E’ quindi un uomo che si perde nella prima possibilità della propria vita di poter comandare sugli altri e quindi cade vittima di se stesso.

Quali sono le qualità che riconosci in un testo come questo o in altri testi antichi?

Riconosco il fatto che, nonostante siano già nella tradizione del pensiero logico, sono ancora in contatto con una narrazione che arriva prima della speculazione. Quindi mi danno sempre la possibilità di andare a ripercorrere percorsi e archi narrativi che hanno meno a che fare con la psicologia, con la speculazione e il pensiero speculativo e più con i corpi. Mi danno dunque la possibilità di lavorare con dei corpi in scena. Io penso davvero che il teatro sia prima di tutto corpo in scena, perché il corpo degli attori e delle attrici è il corpo del pubblico. In un momento di passaggio da una tradizione mitologica a una del logos mi dà sicuramente la possibilità di trovare queste pieghe nel testo e di riappropriarmi dei corpi, lasciando il più possibile in sottofondo la costruzione morale o etica di chi fa lo spettacolo.

Quanto è presente la comicità in un testo come questo?

Questo è un tema grosso, perché la verità è che non c’è niente da ridere rispetto ai temi e alla narrazione. Il comico è però un elemento fondamentale dello spettacolo ma è quel comico che abbiamo quando vediamo in video certi potenti che fanno delle figuracce che hanno poi delle conseguenze che possono toccare il mondo intero. In quel caso viene da ridere, ma è una risata che non vorremmo fare. Ridiamo ma un po’ ci vergogniamo di ridere di qualcosa che sta mettendo in pericolo l’intera società. Quindi il comico ha a che fare con il ridicolo e con una vergogna comune di essere ridicoli, di abitare un umano ridicolo che però può fare danni seri quando si prende troppo sul serio.

  • Intervista e podcast di Andrea Simone
  • Foto di Luca Del Pia
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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