Elena Arvigo, “4.48 Psychosis”

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4.48 Psychosis (a volte tradotta in italiano come Psicosi delle 4 e 48) è l’ultima opera teatrale della drammaturga britannica Sarah Kane e risale al 1999. L’opera non ha espliciti personaggi o indicazioni di scena, dando al testo scritto un aspetto inconsueto per un pezzo destinato alla rappresentazione. Per questo motivo la sua messa in scena può variare molto a seconda delle produzioni. Il dramma è scritto dal punto di vista di qualcuno con gravi problemi di depressione, un disordine mentale di cui Sarah Kane stessa soffriva ed è organizzato come un lungo monologo.

4.48 Psychosis è in scena al Teatro Out Off di Milano dal 3 al 5 maggio con la regia di Valentina Calvani e vede come unica protagonista sul palco Elena Arvigo.

La parola ad Elena Arvigo

Chi era Sarah Kane?

Sarah Kane era un essere umano meraviglioso. E’ la sensazione che io ho ogni volta che finisco questo spettacolo che mi da un feed importante, che finisce con “Per favore, aprite le tende”, quindi mi concede di salvarmi dallo spettacolo e salvo il pubblico. Denuncia la rappresentazione. E’ perfetto dal punto di vista letterario, è un capolavoro, era una grande scrittrice.

Ogni volta però che io finisco, mi dispiace molto che non ci sia più, perché penso che sia una persona capace di andare così a fondo, in maniera così luminosa, perché questa è la cosa interessante e straordinaria di questo testo. Come dice lei, “ricorda la luce, credi nella luce”. Non è un testo nero e quest’opera letteraria non va letta parlando del suo suicidio. Si finisce sempre per farlo. Non a caso è vietato dal fratello. Infatti io cerco sempre di dire che ne parliamo, perché ovviamente è una cosa importante, però è un capolavoro importante a prescindere dalla sua biografia.

Come ti sei preparata per affrontare un testo sicuramente non facile?

Nella vita bisogna essere pronti e poi ci si butta. Ormai sono quattrodici anni che portiamo in giro questo testo, che è diventato un po’ repertorio per noi. Per me è stato molto importante e l’abbiamo fatto senza accorgerci quasi di quello che facevamo. Ho fatto tante cose belle di cui sono contenta, ma io penso che nella carriera e nella vita lavorativa di un attore, si contino sulle dita di una mano le cose importanti. Questo è sicuramente il numero uno per me, quindi mi sono preparata con onestà, cercando di essere più onesta possibile e con un po’ di coraggio, perché questo testo richiede coraggio per chi lo fa e per chi lo guarda. Ne è richiesto a chi lo ha scritto.

Quali sono i punti più importanti di questo monologo?

Il punto più importante è che nessuno è al sicuro. E’ per questo che richiede coraggio, perché non mette la follia dall’altra parte. La protagonista in coscienza di questo monologo è un flusso intelligente, ironico e a tratti simpatico. Ha anche dei punti molto teneri, molto belli e delicati. Quindi questo è fondamentale. E’ la normalità. E’ come la follia sia quel centimetro più in là, come faccia parte di ogni essere umano quel nero: è accettarlo, è abbracciarlo in qualche modo.

La depressione è veramente il male più grave del 21° secolo a riguardo del quale l’informazione e le terapie andrebbero decisamente riviste e corrette?

E’ una domanda molto grande. Sicuramente, per me più che la depressione, la malattia di questo secolo è l’alienazione. Una volta la depressione si chiamava malinconia. Sono cambiati i nomi con i quali si parla di quella sensazione di essere persi, di solitudine, di mancanza di amore che può portare al dispiacere di come si rompe una persona. Noi siamo fatti di meccanismi, siamo molto complessi e rompersi è facile, quindi diciamo che oggi il problema per me è proprio l’alienazione, il non rendersi conto di quello che facciamo, di quello che succede, è essere altrove che secondo me è un male più grave della depressione per certi versi.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Martina Bruno
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