Elena Arvigo, “Elena e monologhi dell’atomica”

Elena fa parte della raccolta “Quarta dimensione”. E’ stato scritto da Ghiannis Ritsos durante gli anni di detenzione nei campi di concentramento di Karlovasi (Samo) del regime militare dei colonnelli, che presero il potere in Grecia dal 1967 al 1974. La maschera della mitologia servì al poeta per eludere la rigida censura del regime. Fingendo di scrivere della classicità, denunciava la tragica realtà di un Paese schiacciato dalla morsa dei moderni tiranni.

Elena e monologhi dell’atomica è in scena al Teatro Out Off di Milano fino al 4 febbraio. Scritto da Ghiannis Ritsos con la traduzione di Nicola Crocetti, lo spettacolo è diretto e interpretato da Elena Arvigo, che ne è l’unica protagonista con la partecipazione di Monica Santoro.

A tu per tu con Elena Arvigo

Quanto questo spettacolo indaga l’animo femminile?

La figura di Elena di Troia è indagata da Ghiannis Ritsos in maniera inusuale, nel senso che lui la porta molto avanti negli anni in un territorio un po’ fuori dal tempo e dallo spazio. Infatti la raccolta da cui è tratto questo soliloquio si chiama Quarta dimensione. Quindi abbiamo un’Elena anziana, fuori dal tempo, ha mille anni e fa delle riflessioni che non riguardano però solo l’animo femminile. E’ un po’ oltre. E’ un livello poetico così alto che andiamo proprio a delle riflessioni più profonde sull’essere umano, sul senso delle cose, in particolare anche su quello della guerra. Quindi indaga l’animo femminile, però è una riflessione un po’ più alta. E’ un punto di vista più che altro, nel senso che chi meglio di Elena di Troia, regina di Sparta, può dirci qualcosa sulla guerra? E’ questo quello che succede in Elena di Ghiannis Ritsos.

Lui scrisse questo soliloquio durante un periodo di detenzione nei campi di concentramento a Samos Karlovasi durante la dittatura dei colonnelli e usa la poesia per eludere la censura. Questo è fondamentale da dire. Non è un dettaglio perché è la premessa. Quindi è come se lui chiamasse Elena al banco dei testimoni sul senso della guerra. Magari non tutti sanno la storia di Agamennone e chi siano Clitemnestra e Fedra, ma Elena di Troia sì. Perché c’è stata la guerra? Per Elena. No, questo non è reale. Quindi lui la chiama e un po’ la scagiona, nel senso che non era colpa sua. E’ l’animo umano che cerca il conflitto, la guerra, la necessità delle battaglie.

C’è una battuta molto bella con i versi più belli dello spettacolo che dice: “Quante battaglie, eroismi, sconfitte per cose che avevano deciso gli altri in nostra assenza e gli uomini innocenti a ficcarsi le forcine negli occhi, a sbattere la testa contro il muro altissimo, ben sapendo che il muro non cede e nemmen si fende per consentirgli di vedere un po’ di azzurro. Eppure, laddove qualcuno resiste senza speranza, è là che forse iniziano la storia umana e la bellezza dell’uomo.” Quindi diciamo che a Elena è data la parola per riflettere sull’insensatezza di ogni guerra che porta semplicemente gli uomini a perdere la vita, alla morte. La tua domanda è interessante. Però, in realtà, indaga l’animo dell’uomo più che quello femminile. Secondo me è sempre un punto di vista interessante.

Perché Elena è il simbolo della caducità di ogni cosa?

Perché lei dice: “Com’era tutto senza senso! La mia bellezza, i miei gioielli, tutte le leggende. Le cose finiscono e quindi la consapevolezza della caducità di questo tipo di cose materiali dovrebbe renderci più saggi, come dice lui in un verso bellissimo: “A un certo punto raggiungeremo quel dolce distacco nei paragoni e nei giudizi.” Ci vogliono saggezza, tempo e consapevolezza.

In che modo Elena riflette sul passare del tempo?

Riflette sul passare del tempo rievocando un po’ gli eventi. E’ molto bella la parte finale, forse è la più commovente, quando lei dice: “Dopo la guerra di Troia, la nostra vita a Sparta era noiosa. Gli amici se ne sono andati uno alla volta e io e mio marito siamo rimasti qua a ricordare e i ricordi sono inopportuni a volte.” Riflette rievocando un po’ quello che è stato attraverso il pretesto di questo incontro.

C’è qualcosa che si salva dalla distruzione?

Certo. Si salvano le piccole cose. Anche in questo caso non posso fare altro che citare un suo verso perché quando la poesia è così alta va citata: “Tutte queste cose hanno una loro bellezza desolata e profondissima, una pena misteriosa dovuta ai nostri gesti inconsapevoli.” Noi pensiamo che si salvino le grandi cose e i grandi avvenimenti, quelli del curriculum di ognuno di noi, come il matrimonio, il lavoro, i successi e invece no. Si salvano il profumo della nonna, quei dettagli della vita che ci sembrano così insignificanti, ma in realtà sono quelli che rimangono in un cassetto segreto e nel cuore. Riuscire a comprendere questo è la poesia. Si salva la poesia delle cose, se ci si concede il tempo e il lusso di vederli senza paura.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Martina Bruno
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