Le due inglesi è stato definito il film “maledetto” di François Truffaut. Tratto dal romanzo epistolare Le due inglesi e il continente di Henri-Pierre Roché – lo stesso autore di Jules e Jim – racconta, tramite un diario, il triangolo amoroso tra Claude (interpretato sullo schermo da Jean-Pierre Léaud) e due sorelle, Anne e Muriel.
Quest’opera letteraria resa famosa dalla cinematografia arriva al Teatro Litta di Milano dove sarà in scena dal 25 al 30 marzo con la drammaturgia e la regia di Paolo Bignamini. Le due inglesi vede come attori protagonisti Stefano Annoni, Leda Kreider e Maria Laura Palmeri.
Intervista al regista e al cast
“Volete presentare uno ad uno i vostri personaggi e parlarci un po’ di loro?“
Stefano Annoni: Io sono Claude, che nel romanzo originale è definito “il continente” perché il titolo è Le due inglesi e il continente. Lui è infatti un francese molto aperto a livello culturale. Conosce quindi due ragazze inglesi e le inizia a una nuova era. E’ un idealista, un curioso e un innamorato della vita e delle donne. E’ anche una sorta di alter ego dello stesso Roché, di François Truffaut e forse – come dice qualcuno – di Paolo Bignamini. (ride)
Leda Kreider: Io sono Muriel, la sorella maggiore. Anch’io in qualche modo interpreto un personaggio idealista: è una studiosa, una ricercatrice e per questo ha una malattia agli occhi. Spesso infatti gira bendata e aiuta i bambini come insegnante. Arriverà a fare esperienza dell’amore a un certo punto della storia grazie alla sorella Anne.
Maria Laura Palmeri: Infatti io interpreto Anne, la sorella minore, e ho una vocazione per la scultura. Quindi, tra le due, sono anche quella più simpatica. Sarò io ad incontrare Claude a Parigi. Presa da quest’amicizia forse anche amorosa anche se all’inizio inconsapevole, tiro dentro Muriel, la sorella maggiore, verso cui ho un’ammirazione sconfinata. Truffaut diceva una cosa secondo me molto interessante riguardo ai nostri personaggi: è come se le sorelle Bronte incontrassero Proust! (ride) In effetti portiamo due mondi completamente diversi.
Che cosa c’è di diverso e di simile rispetto al libro e al film?
Paolo Bignamini: Questo adattamento da me realizzato prende le mosse principalmente dal romanzo. Però ho voluto dichiarare fin da subito il debito e anche l’omaggio al film di Truffaut perché la letteratura di Roché è entrata nell’immaginario collettivo, specialmente grazie all’incontro con Truffaut per Le due inglesi, ma prima ancora e soprattutto per Jules et Jim, che è diventato un film emblematico su un certo tipo di amore. Anche in quel caso si trattava di un triangolo amoroso e di un debito autobiografico: vale a dire che Roché racconta qualcosa che ha vissuto e in questo caso specifico parla del suo primo amore giovanile. E’ il motivo per cui questo romanzo diventa decisivo sul tema del sentimento.
Quindi quello che io ho cercato di fare è stato prendere le parole di Roché, che non diventano dialogo; si tratta di un romanzo epistolare. Le lettere e i diari personali, che sono alla base del romanzo, hanno mantenuto la stessa forma, ma questo adattamento non naturalistico consente ai personaggi di entrare e uscire dal racconto. Quindi riescono sia a trovarsi nella situazione sia a essere osservatori esterni di quello che succede sia a raccontare direttamente al pubblico dal proprio punto di vista la propria storia.
Essendo una vicenda così personale e soggettiva, non sempre i punti di vista coincidono: spesso si contraddicono, quindi tante volte accade che noi vediamo le versioni di ciascuno dei personaggi e lo spettatore è chiamato anche a dire la propria, a prendere le parti dell’uno o dell’altro. Di conseguenza non c’è una verità oggettiva nel ricordo e nell’amore: questo romanzo racconta anche questo estremo prospettivismo dei sentimenti.
Secondo voi la forza del romanzo – e in parte anche del film – sta nel fatto che si tratta di un triangolo amoroso epistolare e che i tre protagonisti non si incontrano quasi mai?
Stefano Annoni: Nel romanzo forse sì; nel film non credo perché in realtà li vediamo insieme; sicuramente non a teatro, perché – anzi – il gioco che abbiamo fatto è esattamente il contrario: noi abbiamo una compresenza scenica costante dei tre attori e siamo andati a spingere con Paolo Bignamini, forzando a volte anche delle dinamiche all’interno del testo per portarle nel corpo piuttosto che lasciarle solo sulla carta stampata.
Maria Laura Palmeri: Anche se però io credo che la forza della storia sia proprio data dagli atti mancati dove speriamo si possano ritrovare i lettori e anche gli spettatori.
Sono gli amori perduti e mai dimenticati i veri protagonisti di questa vicenda?
Paolo Bignamini: Direi di sì ed è quello che dicevano Maria Laura, Leda e Stefano: il fatto cioè di essere compresenti ma anche assenti. E’ proprio la qualità dello stare sul palcoscenico che abbiamo cercato. E’ ciò che consente di traslare questo racconto nel nostro linguaggio, quello del teatro. Il fatto di essere su un palco ci permette cioè di non fare una replica del romanzo o del film, ma di trovare un linguaggio nostro per stare dentro a questa storia e trasmetterla. In questo senso è quindi anche un modo di raccontare questi amori mai dimenticati.
Stefano Annoni: Riguardo alla sua pellicola, Truffaut diceva che non è un film sull’amore fisico ma un film fisico sull’amore. A teatro diventa forse ancora di più una storia di carne, sudore e presenza – anche degli stessi spettatori – per raccontare questi amori.
Maria Laura Palmeri: Gli amori che non dimenticheremo mai, che hanno segnato la nostra vita.
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Alessandra Paoli
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