Ferdinando Bruni, “Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde”

Uno spettacolo catturante, irrequieto e appassionato, che mette in piazza il linciaggio perpetrato dalla società benpensante contro Oscar Wilde, che pur divertendola, l’aveva sfidata. Nel serrato dibattito giudiziario, si aprono squarci commoventi e poetici, che travalicando i confini della ricostruzione storica, si trasformano in un vero rito teatrale in cui si parla di arte e di libertà, di sesso e di passione.

Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman con la traduzione di Lucio De Capitani è in scena alla sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini di Milano dal 14 gennaio al 4 febbraio. Diretto da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, lo spettacolo vede protagonisti Giovanni Franzoni, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Riccardo Buffonini, Giuseppe Lanino, Edoardo Chiabotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino e Filippo Quezel.

Quattro domande a Ferdinando Bruni

Quale fu la colpa di Oscar Wilde secondo questo testo di Moisés Kaufman?

Fu quella di non accettare compromessi. Abbiamo appena finito di provare il primo atto, che finisce con la scelta di Oscar Wilde di non fuggire in Francia né all’estero, ma di restare in patria, di affrontare il suo destino e una legge ovviamente iniqua che non gli permetteva di essere fino in fondo quello che era. Il suo gesto di restare e farsi condannare è stato quindi volutamente politico. Se di colpa si può parlare, la sua è stata questa.

Qual era il vero rapporto che aveva la società dell’epoca con Oscar Wilde?

Aveva un rapporto ambivalente. Da un certo punto di vista ammirava l’uomo brillante, di cultura, l’inventore di calembour e di paradossi, il frequentatore di salotti, il critico d’arte e il commediografo, oltre che il romanziere. Dall’altra parte, però, secondo me e secondo noi, covava un astio segreto. Oscar Wilde, infatti, attraverso il suo modo sempre ironico e soave, fustigava in qualche modo la società e la condannava. Lo faceva anche attraverso opere apparentemente leggere come L’importanza di chiamarsi Ernesto, che come dice lui, è una commedia frivola per gente seria, ma che in realtà condanna proprio l’ipocrisia di quella società.

Sapeva però essere anche molto caustico nel suo rovesciare la logica. In L’importanza di chiamarsi Ernesto ci sono tantissimi rovesciamenti di luoghi comuni borghesi e di paradossi apparentemente assurdi. Questi mettono invece alla berlina il modo di pensare di quella società, che poi, per alcune cose, non è poi così diversa dalla nostra.

Quanto è rimasto della ricostruzione storica di quel tempo?

Il testo è basato totalmente sui documenti dell’epoca. Non c’è quindi niente che sia fondato sulla fiction. E’ preso prima di tutto dagli atti del processo, ma anche dalle memorie degli avvocati che hanno preso parte al procedimento giudiziario, dagli articoli di giornale, dalle opere di Oscar Wilde, dalle memorie di Alfred Douglas, di George Bernard Shaw e anche di altri colleghi di Oscar Wilde che hanno partecipato a questa vicenda. La grande abilità di Moisés Kaufman è stata quella di costruire attraverso dei documenti il testo che ha invece una sua forza drammaturgica e di coinvolgimento che non è solo di un testo documentario, ma è anche fortemente emozionale.

Quali sono le tematiche affrontate da questo spettacolo, che è un vero e proprio rito teatrale?

I grandi temi sono due. Uno è l’importanza di essere se stessi e di difendere il proprio modo di essere anche a costo di prezzi importanti. Non dimentichiamoci che Oscar Wilde per questo suo gesto ha vissuto due anni di galera con tanto di lavori forzati. Quest’esperienza lo ha distrutto come uomo, perché cinque anni dopo, è morto giovanissimo nel 1900 a soli 46 anni. Il suo grande esempio è stato quello di dire che non gli importava il prezzo che avrebbe dovuto pagare. Lui non rinunciava ad essere se stesso.

Lui diceva che il suo non era un peccato ma era la cosa giusta per lui e doveva difenderla. L’altro aspetto è dato dal ruolo dell’artista e dell’opera d’arte all’interno della società. Per lui era una testimonianza ma anche un’orgogliosa affermazione di indipendenza dell’opera d’arte dalla morale. Wilde dice che non esistono libri morali e immorali: esistono libri scritti bene o scritti male. Chi scrive bene un libro compie comunque un gesto morale in quanto indifeso dalla bellezza, che secondo Wilde è il valore più importante che l’uomo deve perseguire.

  • Intervista di Andrea Simone
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