Carlo Buccirosso, “Il vedovo allegro”

Tre anni dopo la pandemia, la vita di Cosimo Cannavacciuolo non è più la stessa. Rimasto vedovo, ha visto la sua attività di antiquariato fallire e rischia di perdere l’appartamento in cui vive. Alle sue preoccupazioni e alla solitudine, si aggiungono i vicini, depositari di un drammatico segreto. Riuscirà ad uscire dal baratro e a risollevare la sua esistenza?

Il vedovo allegro è in scena al Teatro Manzoni di Milano dall’11 al 23 marzo. Lo spettacolo è stato scritto ed è diretto da Carlo Buccirosso, che ne è anche protagonista con Gino Monteleone, Massimo Andrei, Elvira Zingone, Davide Marotta, Donatella de Felice, Stefania De Francesco e Matteo Tugnoli.

Intervista a Carlo Buccirosso

“Quali sono le risorse che trova dentro di sé Cosimo Cannavacciuolo per fare fronte alle difficoltà da cui è stato colpito?“

Questa è la domanda giusta! Cosimo ritrova le proprie risorse in tutto ciò che gli gira intorno. Io definisco claustrofobica questa storia perché non esce dal proprio ambiente, un appartamento meraviglioso di cui Cosimo non riesce più a pagare neanche il mutuo. E’ lì e nei personaggi intorno a lui che trova le risorse: a cominciare da Angelina, la figlia del portiere, caratterizzata da una grande voglia di sposarsi per realizzare il grande sogno della sua vita: il matrimonio. Infatti lei è innamorata del ginecologo del quarto piano, che non sa assolutamente nulla di questo innamoramento. Però questa ragazza è dotata di una grande forza e tenacia, e vuole a tutti i costi innamorarsi e trovare l’amore.

Poi c’è il portiere, il papà di Angelina, che deve vedersela con l’altro figlio, un uomo un po’ complicato con qualche problema. Riguardo al loro rapporto, si scopriranno alcune cose, ma anche in questo caso ci sono l’amore e la voglia di ritrovare un uomo non più giovanissimo. Anche quella è una risorsa per Cosimo. Inoltre c’è il rapporto con i due vicini di casa che celano un segreto: sono legati da grande affetto perché vorrebbero trovare la gioia e l’amore di avere un figlio. Infine abbiamo l’inquilina di Cosimo, alla quale lui ha dato una stanza senza fargliela pagare perché la sua speranza è quella di ritrovare un domani l’amore con lei. Queste sono le sue risorse.

Quali sono gli aspetti caratteriali più importanti di Cosimo?

Secondo me proprio la voglia di ricominciare. A parte il carattere, è chiaro che all’inizio della storia troviamo un uomo molto abbattuto, avvilito e a tratti anche scorbutico. All’inizio lui ha già ricevuto la proposta che potrebbe salvare la sua vita. A fargliela è stata l’inquilino e il direttore della sua banca. La partenza è proprio questa: è un uomo che ha tante cose dentro di sé e che il pubblico scoprirà mano a mano, ma sicuramente a essere determinante in lui è questa voglia di ricominciare, di rimboccarsi le maniche e di tornare a vivere. Pur non avendo più 20, 30 o 40 anni, quest’uomo ha una grande voglia di iniziare da zero è questo secondo me è anche il motivo conduttore di tutti gli altri personaggi.

Siamo di fronte a una commedia in cui si ride soltanto, a una trama caratterizzata da un’amarezza che oserei definire monicelliana o a un giallo, visto che i vicini sono depositari di un drammatico segreto?

Mi fa piacere che parli di giallo perché è un genere di cui io sono un grande amante. Secondo me la struttura e il modo di scrivere una commedia vanno sempre costruiti alla maniera di un giallo, anche se si parla d’amore e di famiglia. A mio avviso, quando si inizia una storia, dare per scontato che è tutto chiaro non va bene. Bisogna dare sempre al pubblico piano piano, per tenere sempre molto alta la sua attenzione. Quindi devo dire che anche la trama in questo caso è un po’ “gialla”: per i primi 40 minuti gli spettatori non capiranno bene di cosa stiamo parlando e in particolare qual è il rapporto tra me e il vicino di casa.

Che tipo di risposta si aspetta dal pubblico milanese?

Io credo di fare le cose in maniera sempre molto onesta, cioè di non tradire mai il pubblico. Perché non lo tradisco? Perché faccio un teatro dove ci sono una scenografia importante e dei costumi che io seguo personalmente e che si devono anche cucire. Se non ci sono quelli che fanno al caso mio, non va bene. In questo caso non è così perché la storia si svolge tutta in un solo giorno, dalla mattina fino alla notte, perché è lì che succederà il fatto più rilevante. Quindi la tradizione è in quello di cui parlo, nei problemi anche sociali.

Non necessariamente io scrivo una storia per far ridere, anche se poi ci riesco, perché la vita è così: è anche fatta di tragedie che poi diventano paradossali e quindi in qualche modo fanno ridere. Credo però di non tradire il pubblico facendo un teatro tradizionale e onesto. Io penso sempre a quello che gli spettatori vorrebbero vedere in scena e non a quello che io vorrei fare. Scrivo per il pubblico, non per me stesso.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Manola Sansalone
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