Matteo Caccia, “La maglia nera”

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Negli anni del secondo dopo guerra in Italia Il ciclismo è lo sport più popolare. Lo è grazie alle imprese dei due rivali più famosi di sempre, Coppi e Bartali. In quello stesso periodo, però, sullo sfondo del palcoscenico del Giro d’Italia, si muove un’altra figura. È quella di un ciclista, un gregario balzato agli onori della cronaca per aver regalato all’ultimo in classifica la stessa ribalta dei primi. È quella di un uomo di grande ingegno, che ha intuito che arrivare ultimo era preferibile ad arrivare decimi e persino quarti o sesti.

La maglia nera – Gesta e ingegno di Luigi Malabrocca è uno spettacolo scritto e interpretato da Matteo Caccia, in scena al Teatro della Cooperativa l’11 e il 12 marzo.

Quattro domande a Matteo Caccia

“Chi era veramente Luigi Malabrocca?”

Era un uomo del secolo scorso sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale come erano sopravvissuti gli italiani tra le indigenze, le difficoltà e i bombardamenti. Era sempre stato un ciclista e aveva cominciato a correre da bambino. Nel periodo post-bellico, e soprattutto nel momento in cui la Gazzetta dello Sport torna a organizzare il Giro d’Italia nel 1946 in un’Italia ancora devastata ma unita da questa competizione, era un corridore ma un passista, un gregario.

Andava lontano ma non molto veloce e aveva capito che arrivare ultimo era economicamente più remunerativo che non piazzarsi al quarto, al quinto o al sesto posto. Questo avveniva perché l’Italia usciva da quel conflitto, perché il nostro Paese evidentemente si sentiva l’ultimo del gruppo dei Paesi europei usciti male da quella guerra e si identificava con questo personaggio, al punto tale che la gente ai bordi delle strade gli faceva dei regali.

“In che cosa consisteva davvero la grandezza di questa figura?”

Io credo che stesse nella sua capacità di leggere la realtà, nell’essere un uomo di quel tempo che aveva avuto una grande intuizione di marketing: era riuscito a leggere i desideri delle persone. Quindi aveva semplicemente messo da parte le ambizioni di qualsiasi atleta perché doveva far campare la famiglia. Ti direi quindi che l’ingegno e il suo grande pragmatismo erano alla base della sua grandezza. Vent’anni fa, quando lo incontrai, gli chiesi: “Perché si è inventato questa cosa?”. Lui mi rispose: “Perché io ho una famiglia e non potevo campare. Non avevo una squadra né uno stipendio”.

Parliamo di pionieri, di gente che correva e si allenava da sola; non aveva un massaggiatore né qualcuno che gli portava da mangiare come oggi. Quindi lui diceva che portava a casa più soldi che arrivando quinto ed era ovvio che intraprendesse quella strada tra mille difficoltà. Oggi ci sembra una figura romantica, ma arrivare ultimo a Luigi Malabrocca non faceva così piacere. Le voci cattive c’erano sempre: l’ultimo era quello che doveva cambiare lavoro e invece lui aveva trovato un modo per far diventare quello il suo mestiere.

“Perché gli appassionati di ciclismo e il pubblico sportivo più in generale si affezionava così tanto a lui, secondo te?”

Innanzitutto perché una massa enorme di gente era affezionata al ciclismo. Era lo sport più popolare dell’epoca perché era fatto di fatica e di persone normali, a parte Coppi e Bartali, considerati delle divinità al punto tale da arrivare a dividere l’Italia. Gli italiani adoravano e adorano il ciclismo ma a quel tempo il Giro era un fenomeno potentissimo di unificazione delle persone; si trattava di uno sport che si faceva per strada e dove non si doveva pagare il biglietto. In questa foto collettiva, quest’individuo, che trovava degli escamotage per arrivare ultimo come nascondersi nei bar per far passare il gruppo, ebbe una vera e propria consacrazione: in una famosa occasione la maglia rosa fu contesa tra Coppi e Bartali e la maglia nera dell’ultimo posto da Malabrocca e da Sante Carollo, un giovane corridore vicentino impreparato e chiamato all’ultimo momento dalla sua squadra per una sostituzione.

“Siamo di fronte alla narrazione di un pezzo importante della storia del nostro Paese?”

Decisamente sì, perché quella cornice è fondamentale per capire il quadro che raccontiamo. Seguendo la bicicletta di Malabrocca, noi vediamo veramente un’Italia di 70 anni fa che sembra appartenere a un’altra epoca. Ho incontrato Malabrocca quattro volte; lui purtroppo è mancato nel 2006, poco prima che debuttasse lo spettacolo. A un certo punto gli chiesi: “Lei segue ancora il ciclismo?” Lui mi rispose di sì e io gli domandai che cosa ci fosse di diverso rispetto alla sua epoca. Pensavo che mi rispondesse le squadre e le biciclette che ovviamente pesano un quarto rispetto a quelle di allora. Invece lui mi ha detto: “Le strade. Erano talmente disastrate, sfaldate e bombardate, che studiandole si poteva avere un vantaggio su qualcun altro”. Se si decideva di scattare in un punto in cui il fondo stradale era malmesso, si potevano prendere 2-3 o addirittura 30 minuti di vantaggio!

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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