Nicola Ciaffoni e Gioia Battista, “L’esercito dei matti”

Un soldato qualunque, disperato per salvarsi dalla guerra, tenta di fingersi matto. Come lui, molti altri cercano la stessa via di fuga, presentandosi alle visite mediche di reclutamento con certificati di pazzia. Tuttavia, nonostante questi sforzi, i comandi dell’esercito non si lasciano ingannare e continuano a inviare i soldati al Fronte.

L’esercito dei matti è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 9 giugno. Lo spettacolo è stato scritto da Gioia Battista e Nicola Ciaffoni, che insieme firmano anche la regia. Nicola Ciaffoni è l’unico protagonista in scena.

Quattro domande a Nicola Ciaffoni e Gioia Battista

Fingersi matto è una possibile via di fuga?

Nicola Ciaffoni: Nella storia che noi proviamo a raccontare in tanti ci hanno provato. Parliamo della Prima Guerra Mondiale, anche se tutto quello che si vede sul palcoscenico non ha niente a che fare con quella guerra, o meglio la evoca, ma senza descriverla in maniera mimetica. E’ quasi un matto contemporaneo. In quel caso ci hanno provato, ma in pochi di loro ci sono riusciti, anche perché all’epoca, nonostante la presunta follia del diagnosticato, venivano comunque mandati al fronte ugualmente. Oggi sembra essere lo stesso, nel senso che paradossalmente, più si è folli più si è incentivati ad andare a fare la guerra, a promuoverla e a generarla. Quindi la follia forse non è il metodo di fuga, ma lo è per abbracciarla ancora di più a braccia aperte.

Che cosa porta questo giovane alla vera follia?

Gioia Battista: Tutto, sia le cose che lui vive che quelle che sente raccontate dagli altri soldati. Abbiamo utilizzato tutte storie vere e abbiamo scavato tra le cartelle cliniche dei soldati internati nei manicomi durante la Prima Guerra Mondiale. Non tutte le cartelle sono accessibili, perché di questi 40.000 matti molte storie sono state insabbiate. Però quello che ci ha stupiti maggiormente è che uno dei protagonisti che raccontiamo, un soldato di nome Angelo, dopo essere stato internato in manicomio, ha iniziato a recitare l’ultima battaglia in cui era stato coinvolto, facendo tutte le voci, tutte le grida, gli spari ed effettivamente descrivendo tutta la guerra in una sola battaglia.

Questo ci ha portati all’idea di mettere in scena un soldato che in qualche modo crea da sé lo spettacolo e ricrea tutti i traumi che ha subito. Poi diventa veramente matto? Questa è una bella domanda, perché noi crediamo che i folli siano quelli che vogliono la guerra. Quindi lui che alla fine fa di tutto per non combattere ci sembra l’unico vero sano.

Questo spettacolo vuole rappresentare l’orrore della guerra?

Nicola Ciaffoni: Diciamo che lo fa suo malgrado, perché nel momento in cui abbiamo iniziato a immergerci in questo materiale e in queste storie, abbiamo visto quanto la guerra sia brutta e inutile. Il tentativo che abbiamo fatto è stato quello di narrarlo non soltanto attraverso le parole di Gioia, ma anche tramite il suono. Quindi tutto quello che succede in scena è quasi costantemente accompagnato dal suono che molto spesso diventa rumore, che molto spesso diventa qualcosa di fastidioso. Anche le musiche della tradizione popolare, della Prima Guerra Mondiale e degli alpini sono distorte, modificate e passano attraverso tutta una catena di effetti che mi permette di far sì che quell’eroismo che quelle canzoni dovevano trasmettere all’epoca venga un po’ smantellato, che quella retorica scompaia e che rimanga solo il frastuono che probabilmente doveva affollare le menti di quelle persone.

Nello spettacolo ci sono anche riferimenti storici?

Gioia Battista: Sì, ce ne sono moltissimi, perché chiaramente raccontare una guerra vuol dire anche raccontare i fatti che sono successi in questa guerra: dalla rotta di Caporetto passiamo a una bella disamina dei due più famosi generali, Cadorna e Diaz, con le loro circolari, quindi con l’idea del soldato che non poteva fuggire dalla battaglia perché una delle circolari di Cadorna diceva “Combatti e muori, perché se ti tiri indietro, sono pronti a fucilarti”.

Raccontiamo della prima battaglia con il gas sul Carso e di quella successiva, che è stata poi combattuta contro gli italiani da parte degli austriaci dove ci sono stati più di duemila morti. Raccontiamo la fuga dei civili dopo la rotta di Caporetto, che si vedono via via tolte le terre. Narriamo tutta la guerra attraverso pochi singoli episodi, cercando di dare il più possibile un disegno completo. Lo facciamo con un po’ di ironia, perché crediamo che ci sia bisogno anche di questo. Non è soltanto una storia tragica, forse c’è ancora una piccola luce di speranza.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
  • Foto in evidenza di Paolo Blocar
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