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Un giovane alpinista e il suo sogno, scalare il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della terra, the killer mountain, la montagna assassina, la mangiauomini, nella sua testa mille domande e pensieri, la certezza di essere davanti all’impresa della sua vita e il dubbio, costante, di scendere o salire ancora.
I guardiani del Nanga è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino all’8 dicembre. Scritto da Gioia Battista e diretto da Massimo Somaglino, lo spettacolo vede come unico protagonista Nicola Ciaffoni.
Quattro domande a Nicola Ciaffoni
Quali sono le paure e i dubbi che attanagliano il tuo personaggio?
Il dubbio principale da cui siamo partiti insieme a Gioia Battista quando abbiamo iniziato a scrivere il testo è stata la domanda che tanti si pongono quando sentono parlare di queste straordinarie imprese: che cosa vanno a fare un uomo e una donna a oltre 8.000 metri di altezza, rischiando la vita, con il solo scopo di raggiungere una cima, in condizioni assolutamente proibitive per l’uomo? Dopo una certa quota, c’è la “zona della morte”, dove il corpo inizia a morire su se stesso. L’ossigeno è talmente scarso nell’aria che non basta per fare quell’impresa, figuriamoci per vivere. Nonostante io sia un amante della montagna e dell’alpinismo, non sono mai stato a quelle quote, ma fino a 6.000-6.200 metri. Il fascino è tale per cui non ci si può non interrogare su qual è la ricerca dell’uomo nell’affrontare simili imprese.
Perché il portatore d’alta quota risulta una figura così improbabile?
Nel nostro caso ci interessava che fosse una figura un po’ sul limite dell’esperienza di quest’alpinista. Un limite geografico, perché soprattutto fino a qualche anni fa le persone che vivevano in quel luogo concepivano la montagna in maniera totalmente diversa dalla nostra concezione, per cui le scalate sono un’impresa sportiva, mentre per loro le vette sono qualcosa di sacro che non farebbe mai presagire l’ipotesi di salire fin lassù perché non ce n’è motivo. Quindi ci interessava il confronto tra culture. Il nostro portatore si chiama Pemba e diventa il riassunto di tutte queste domande. E’ lui a mettere l’alpinista di fronte ai suoi dubbi e alle reali motivazioni che lo spingono a salire.
Perché si chiamano guardiani?
Perché nel fare questa scalata fisica e interiore verso gli 8.000 per cercare di capire meglio che cosa lo porta fin lassù, il nostro protagonista si imbatte in sette storie di sette spedizioni alpinistiche, che lo hanno preceduto, a partire da quelle che lo hanno iniziato: le avventure di un inglese sul Nanga Parbat nel 1895, Albert Frederick Mummery, per finire a quella del 2018-2019, fatta da un alpinista laziale, Daniele Nardi, che ha tentato di scalare il Nanga Parbat insieme a un altro scalatore inglese, Tom Ballard.
Queste sette spedizioni hanno tutte il tragico minimo comune denominatore di finire con la morte dei protagonisti. Abbiamo immaginato quindi che questi alpinisti rimangano un po’ di guardia alla montagna, sia nel senso di proteggerla da quello che noi critichiamo all’interno dello spettacolo, che si è un po’ sviluppato con tutte le spedizioni che hanno riempito diversi Ottomila di spazzatura, alpinisti inesperti e addirittura cadaveri che rimangono lì e non possono essere riportati a valle per evidenti questioni economiche e di rischio, sia a protezione di coloro che decidono di scalare queste montagne con uno stile alpino, quindi affrontando più pericoli ma guardando la montagna in maniera più diretta, vis-à-vis.
Che tipo di aiuto vi ha dato l’alpinista Tarcisio Bellò, che ha fornito la sua consulenza?
Tarcisio non è stato solo amico di Daniele Nardi, ma anche parte del processo successivo per tentare di individuare dove sono morti i due alpinisti e soprattutto per cercare di capire se era possibile in un primo momento salvarli, con i soccorsi che sono partiti, ma che purtroppo non sono serviti, perché sono rimasti al campo base. Quindi ci è servito per conoscere un po’ più da vicino la figura di Daniele. Tarcisio, essendo stato a quelle quote molto alte e pericolose, ci ha fornito anche la capacità di raccontare meglio che cosa capita a quelle altitudini.
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Giulia Tatulli
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