Arturo Cirillo, “Ferdinando”

Arturo Cirillo riporta in scena Ferdinando, capolavoro della drammaturgia di Annibale Ruccello.

Agosto 1870: il Regno delle Due Sicilie è caduto e la baronessa borbonica Donna Clotilde nella sua villa vesuviana si è “ammalata” di disprezzo per il re sabaudo e per l’Italia piccolo-borghese nata dalla recente unificazione. A fare da infermiera all’ipocondriaca nobildonna è Gesualda, cugina frustrata dal nubilato, ma segreta amante di Don Catellino, prete di famiglia corrotto e vizioso. A turbare il monotono equilibrio domestico è l’arrivo di un ragazzo molto giovane dalla bellezza delicata…

Lo spettacolo è in scena al Teatro Carcano di Milano dal 16 al 19 novembre e vede protagonisti lo stesso Arturo CirilloSabrina ScuccimarraAnna Rita Vitolo e Riccardo Ciccarelli.

Immagini del canale YouTube “Marcheinfinite” di Stefano Fabrizi

Parla Arturo Cirillo

Perché ha deciso di portare in scena proprio questo testo di Ruccello?

Perché l’ho già fatto con parecchi suoi lavori, come L’ereditiera, Le cinque rose di Jennifer e Mamme, con la regia di Pierpaolo Sepe, dove recitavo come attore. L’ho riproposto all’Accademia Silvio D’Amico, dove insegno regia. Frequento assiduamente Ruccello da 25 anni. Nel 2012 ho fatto Ferdinando a Milano al Teatro Menotti. Dato l’altissimo valore della sua scrittura drammaturgica, Ruccello merita di essere portato in scena e questo accade troppo poco spesso. Riprendo lo spettacolo dopo 11 anni ma l’impostazione registica è molto simile.

A cambiare moltissimo è il lavoro sugli attori, perché io stesso ho approfondito l’analisi sul mio personaggio. E’ l’unico testo di Ruccello che non è ambientato in un’epoca contemporanea, ma nel 1870, al tempo dell’Unità d’Italia e del crollo del Regno delle Due Sicilie. Tutte le inquietudini che intercorrono tra i quattro personaggi della vicenda sono contemporanee a un’idea di teatro e di cinema incentrati sulla legge del desiderio.

Nelle note di regia, riguardo alla decisione di realizzare questo spettacolo, lei parla di scelta logica e inconsueta. Sono due aspetti che è riuscito a far convivere in quest’allestimento?

Non c’è difficoltà a farli coesistere. E’ logico e un po’ doveroso, perché mi sembrava molto naturale riportare in scena quello che forse è il suo testo più celebre. E’ inconsueto perché io ho iniziato partendo dal Ruccello un po’ più contemporaneo, che ha tutti gli elementi legati alla sua generale drammaturgia, tra cui le passioni sentimentali di atti che sfiorano il cannibalismo. Inoltre noi trattiamo la lingua di Ruccello in modo fortemente teatrale, come dovrebbe accadere con il dialetto in scena, che secondo me non è mai un escamotage naturalistico. Il napoletano è una lingua dalla teatralità insita e comporta un coinvolgimento fisico del corpo. Ha musicalità e astrattezza. Tutti i più grandi autori napoletani portavano da una parte un grande realismo ma anche una vasta artificiosità, come il celeberrimo De Filippo e Raffaele Viviani, meno noto ma altrettanto valido.

Perché Donna Clotilde, Donna Gesualda e Don Catello sono tre personaggi disperati?

Secondo me nella drammaturgia di quest’autore giovanissimo, ma assolutamente geniale, il tema più forte di tutti è la profonda solitudine, nella quale va a pescare questi personaggi relegati in una villa del Vesuviano. Donna Clotilde ha lasciato il suo palazzo nobiliare a Napoli e si è autoreclusa in una villa malridotta e fatiscente. Inoltre è vedova, perché ha perso il marito parecchi anni prima. Con lei è andata a vivere una parente dalla nascita piuttosto ambigua e tutti giorni passa a trovarla un prete del paese. Ogni giorno ripetono i loro rituali come la visita del sacerdote, l’assunzione della medicina e atti vessatori che Donna Clotilde attua quotidianamente nei confronti di Donna Gesualda.

C’è un altro testo di Annibale Ruccello che le piacerebbe portare in scena?

Weekend mi piace molto e non l’ho mai rappresentato. Il problema è che io nelle mie regie faccio anche l’interprete. In Weekend non avrei ruolo, perché le parti sono quelle di un’insegnante, di un giovane operaio aitante e di un giovanissimo ragazzino che va a lezioni private. Quindi non mi vedo naturalmente in nessuno di questi due ruoli. Io ho già fatto L’ereditiera ed è stato divertentissimo. Era infatti la parodia di un film famoso della Hollywood degli anni Cinquanta con Olivia De Havilland e Montgomery Clift. Mi darebbe una gioia enorme riportarlo in scena.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Cristiana Ferrari
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