“Racconta di me e della mia causa, non dimenticare…” Sono queste le ultime parole che Amleto morente rivolge a Orazio, l’amico carissimo, l’unico sopravvissuto della storia. E questi accoglie la preghiera e ne diventa il testimone. Col procedere del tempo però, com’è normale, il ricordo si sbiadisce e nella mente di Orazio la vicenda si confonde.
Amleto di William Shakespeare è in scena al Teatro Leonardo di Milano fino al 27 ottobre. Lo spettacolo è diretto da Corrado d’Elia, che ne è anche protagonista con Chiara Salvucci, Angelo Zampieri, Raffaella Boscolo, Filippo Lai, Gianni Quillico, Marco Brambilla, Giovanni Carretti e Marco Rodio.
Quattro domande a Corrado d’Elia e Chiara Salvucci
Perché avete scelto di ambientare la vicenda in una stanza vuota?
Corrado d’Elia: Parliamo di memoria, quindi il nostro Amleto si svolge in una sorta di globe, nel vero senso shakespeariano, sia come luogo ma anche come stanza dei ricordi. Quindi può essere davvero il cervello. In un passaggio Shakespeare ci racconta che cos’è la mente umana e la sua capacità di creare il futuro e ripensare al passato. Allora ci è venuta in mente, insieme a Fabrizio Palla, che è lo scenografo dello spettacolo, una stanza vuota in cui non si capisce da dove entrano gli attori e come si muovono, ma manda immagini continuamente attraverso frame e quindi è nato così.
E’ un luogo della memoria?
Chiara Salvucci: Assolutamente sì. E’ una stanza ma rimane quasi uno spazio astratto, con l’utilizzo delle luci a evocare quasi un battito di ciglia e questi flash di ricordi della memoria. Questo spazio riesce a incarnare ancora di più l’idea del ricordo, quindi di qualcosa di meno tangibile.
Corrado d’Elia: Alla fine Amleto muore e si rivolge ad Orazio chiedendogli di raccontare questa storia per lui. Allora abbiamo immaginato che da quel giorno Orazio, persona fisica o macchina, continua a riprogrammare quella storia ma nel tempo la memoria diventa labile. La storia non torna più e quindi questa macchina con questi ricordi cerca di rimetterla insieme e ricordarsela.
Perché Orazio ci restituisce una storia spezzata e frammentaria ma colma di umanità?
Corrado d’Elia: E’ spezzata perché ormai sono passati tanti anni. E’ colma di umanità perché la storia di Amleto è la nostra. E’ il grande dubbio, essere o non essere, che qualsiasi persona di coscienza e di pensiero si domanda ogni tanto, è sopportare questo mondo che spesso non ci piace e combattere o fermarsi e non farlo più. Esserci o non esserci, in un universo che rimanda forse alla domanda più attuale: essere o apparire? Il nostro mondo è questo. Amleto siamo noi.
Hanno detto che questo Amleto è caratterizzato da un linguaggio più cinematografico che teatrale. Sei d’accordo?
Chiara Salvucci: Sì, in parte. E’ anche molto teatrale. Il senso stesso del ricordo e del continuare a raccontare questa storia è quello che in qualche modo fa il teatro in sé, quindi Orazio è quello che il teatro fa tutti i giorni: continuare a raccontare storie e a farle vivere. E’ molto cinematografico come ritmi ed immagini. Incarna tutti e due i generi insieme.
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Alessandra Paoli
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