Corrado d’Elia, “Io, Vincent Van Gogh”

La pittura come necessità e ragione di vita. Era così che la intendeva Vincent Van Gogh. Forse nessuno nel panorama storico dell’arte ebbe una passione così forte, a tratti morbosa e folle, per il proprio lavoro. Grondava, anima, emozione e colore.

Forte del Premio Europeo per il Teatro e la Drammaturgia Tragos nella Sezione Autore Contemporaneo per il miglior testo, Corrado d’Elia rende di nuovo onore al merito al pittore olandese con il suo spettacolo Io, Vincent Van Gogh, in scena al Teatro Leonardo di Milano fino al 24 marzo.

La parola a Corrado d’Elia

Van Gogh era da molti considerato un folle visionario, anche se un genio. Riuscì mai a trovare in se stesso o in chi gli stava intorno un barlume di normalità?

E’ una bella domanda, perché chiedere a un genio di cercare la normalità è un’impresa non da poco. Avere a che fare con il genio significa trattare con l’anormalità. E’ una strada tortuosa, che non ha gli stessi rapporti che possiamo avere noi con la vita. Il genio vive una vita tutta sua perché inventa nuove strade. Durante la sua esistenza, Van Gogh ha sempre combattuto: nonostante la sua genialità, ha venduto due quadri e finché è stato vivo, nessuno lo ha mai riconosciuto. Nei suoi diari e nelle lettere al fratello, esprime più volte la sua volontà che la gente capisca che i suoi quadri valgono più del prezzo del loro colore. Anche le prostitute scappavano e non volevano farsi ritrarre da lui; avevano paura della loro dignità e questa è una cosa assurda. Il genio è imprendibile, quindi la strada non è lastricata, ma molto impervia.

La sua genialità consisteva anche nel suo disadattamento?

Era assolutamente un disadattato. Alla mattina usciva con il cavalletto, i colori, il cappello. Non aveva grandi rapporti. Era però un personaggio di grandissima umanità e noi raccontiamo quest’aspetto nello spettacolo, che come un grande flusso emotivo si muove in soggettiva, mettendo Van Gogh negli occhi del pubblico, come quelle macchine che danno una dimensione immersiva. La platea è Van Gogh e ha la possibilità di guidare questa macchina emotiva. Lo spettacolo è costruito in questo modo.

Cercava e offriva la sua visione della verità dipingendo le sue opere?

Per forza: la sua verità è il suo modo. Più gli dicevano che era malato, più lui usava colori brillanti e sgargianti. Nello spettacolo c’è un punto in cui dice di sentirsi “il più pittore di tutti i pittori”, perché in effetti è così: Van Gogh è il pittore per eccellenza! Non importa che ne esistano altri, ma quando si pensa a un artista, il pensiero va subito a lui, perché contiene la dimensione espressiva e umana, ha dentro di sé il dolore e la fragilità.

Di che cosa devono ringraziarlo i suoi posteri? Intendo anche i suoi colleghi.

Di ogni suo quadro, del modo in cui lui ha saputo restituire sulle sue tele quello che sentiva e quindi, alla fine, di ogni emozione. E’ bello che tu parli di posteri, perché in qualche modo siamo tutti suoi discendenti. E’ vero che veniamo dopo, però, grazie a lui, possiamo provare delle emozioni. Per quanto riguarda i suoi colleghi, Van Gogh ha tagliato con il machete strade nuove. Pensa che viveva a Parigi in un momento in cui quella città era al massimo del suo splendore. Eppure, decide di partire e di andare ad Arles, a 750 km dalla capitale francese, in un posto dove non c’era niente. Se lui avesse voluto “fare carriera”, sarebbe rimasto a Parigi. Eppure va in Provenza da solo, con l’obiettivo di costruire una comune degli artisti, “la casa gialla”. Purtroppo aveva questa sensibilità. Ci ha lasciato tante cose meravigliose e gli dobbiamo davvero tanto.

  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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