Lella Costa, “Otello – Di precise parole si vive”

Otello è una delle tragedie più famose e importanti di William Shakespeare. Nell’ambito di questa pietra miliare del teatro, Lella Costa esplora tematiche attuali come la diseguaglianza di genere, il femminicidio, il patriarcato e il maschilismo, evidenziando la rilevanza e la persistenza di questi problemi nella società contemporanea attraverso l’analisi di personaggi e situazioni clou della narrazione.

L’intervista a Lella Costa

Otello – Di precise parole si vive è in scena al Teatro Carcano di Milano fino al 21 aprile con Lella Costa, unica regina incontrastata della scena di un testo scritto a quattro mani con Gabriele Vacis, che ha anche firmato la regia.

A tu per tu con Lella Costa

Lella, io vorrei proprio partire dal sottotitolo dello spettacolo, che poi è un verso di “Discanto”, una canzone di Ivano Fossati. Perché si vive di precise parole e di grande teatro?

Perché la canzone di Ivano Fossati è un capolavoro in cui lui indica le cose di cui si vive. Quando ho incontrato questa successione di parole, mi sono resa conto che è un po’ la sintesi dell’immensa e meravigliosa opera di Shakespeare, che riesce a mettere in scena sempre precise parole e grandissimo teatro. Quando con Gabriele Vacis abbiamo pensato di riproporre a ben 24 anni di distanza il nostro Otello, ci siamo resi conto che forse serve anche una sorta di economia circolare del teatro. Non ha senso fare sempre e solo le novità. Quando si hanno in repertorio spettacoli che hanno una propria forza, che soprattutto prescindono dall’attualità del momento e hanno una contemporaneità grazie a Shakespeare, perché non metterli in scena?

Il nostro Otello ha la caratteristica di fare insieme l’esegesi e la mimesi; di essere contemporaneamente uno spettacolo interpretato, ma anche raccontato e spiegato. Oggi si fa un po’ fatica ad affrontare i classici nella loro interezza ed è la grande lezione di Peter Brook, oltre che di Shakespeare, che infatti ci ha insegnato a mettere in scena quello che serve, togliendo il superfluo e quello che è troppo legato al tempo.

Quali sono invece i rischi quando vengono pronunciate parole imprecise?

Lo vediamo succedere nell’attualità e nella cronaca tutti i giorni. Otello tratta di tante cose, ma anche dell’uccisione della donna amata da parte di un uomo che poi si toglie la vita. Vent’anni fa la parola femminicidio non esisteva ancora. Invece nel frattempo è stato necessario coniarla ed è proprio vero che quando arrivano le parole, si fa più attenzione anche alle cose. Questa però è una parola molto precisa. Le parole imprecise portano poi a essere meno chiari e attenti, ma anche ad assumersi meno responsabilità rispetto all’importanza delle cose. Questo vale per i grandi temi ma anche per l’assoluta quotidianità.

Una domanda inevitabile per un’attrice e una donna come te così tanto impegnata nel sociale, anche perché parliamo del tema centrale dello spettacolo. Partiamo dalla gelosia di Otello che ha causato la morte di Desdemona, per arrivare ai dati agghiaccianti sui femminicidi in Italia nel primo trimestre del 2024: 25 donne uccise per mano del mostro che hanno in casa, una ogni tre giorni. E siamo solo ad aprile. Senza andare a parlare del caso di Giulia Cecchettin sul quale sono stati spesi fiumi d’inchiostro e di parole e sul quale forse, in alcuni casi, sarebbe più adeguato un rispettoso silenzio, è giocoforza che io ti chieda di commentare questo dato terribile.

Purtroppo non sono nuovi, disgraziatamente lo sappiamo già. Abbiamo cominciato a dirlo e parlo al plurale perché questa è un’operazione straordinaria e coraggiosissima che ha fatto Serena Dandini, cominciando a parlarne dal 2012 e mettendo in scena dal 2013 Ferite a morte, uno spettacolo di cui io mi onoro di avere fatto parte e che riproporremo perché è necessario farlo. Siamo sempre alla frase di Alessandro Baricco di tanti anni fa che io amo ripetere: è il racconto e non l’informazione che ci rende padroni della storia. Le cose diventano nostre o perché succedono a noi oppure perché qualcuno ci racconta tutta la storia.

Questa è un’orrenda globalizzazione: i dati dei femminicidi sono più o meno gli stessi in tutto il mondo. Esiste una patologia della relazione tra maschile e femminile: parlarne attraverso uno spettacolo come Otello è una specie di archetipo. Lui si toglie la vita per troppo amore e per un malinteso senso dell’amore, ma la genialità di Shakespeare sta nell’intuire già allora la non reazione di Desdemona. Quante volte ci domandiamo perché non sono venute via queste donne, queste ragazze, queste figlie, che hanno avuto tutte le avvisaglie di quello che stava per succedere? Magari hanno reagito e denunciato, ma perché non hanno detto basta?

Desdemona è stata convocata nella stanza nuziale da Otello e sa che cosa succederà. Quando Emilia, la sua nutrice le chiede come si sente, lei risponde: “In verità, mezza addormentata”. L’identità delle donne passa ancora troppo attraverso il ruolo che viene loro affidato. Quando è tutto finito, non si combatte più; ci si lascia trascinare al compimento della tragedia.

Quella di Otello è sicuramente una tragedia della gelosia, ma è prima ancora una tragedia dell’invidia, della famosa rivalità maschile di cui non si parla mai, ma che è alla base, perché Iago odia Otello, dato che ha nominato un altro luogotenente e non lui. Infine è una tragedia di manipolazione del linguaggio. Perché Otello è uno straniero, è il Moro e parla una lingua che ha voluto imparare e la parla benissimo. Iago, che è nato con quella lingua, non ha alcuno scrupolo. Non c’è verità né etica né univocità nelle parole di Iago. E’ per questo che Otello ci casca: perché non immagina nemmeno che qualcuno possa dire una cosa e intenderne un’altra.

Io credo che sia fondamentale continuare a credere una cosa: è vero che la violenza sulle donne è un problema degli uomini, ma sono loro gli unici a poter invertire la tendenza.

Veniamo allo spettacolo e al Bardo più in generale. In un’intervista a Diego Passoni, tu hai detto che dopo Shakespeare poco o niente è stato scritto di veramente attuale e moderno. La pensi ancora così?

Sostanzialmente sì. Quando qualcuno si appassiona a un tema e dice che gli piacerebbe portarlo in scena, in genere Shakespeare lo ha già fatto. Quindi tanto vale partire da lui, perché ci sono frasi, concetti e battute talmente perfette che è inutile provare a scriverne delle altre. Tanto vale assumere magari un altro punto di vista e raccontare di nuovo le stesse rapportandole di più a noi, e quindi in questo modo, farle nostre.

Nella versione dei primissimi anni 2000 di questo spettacolo, il doge di Venezia parlava come Silvio Berlusconi. Secondo te da lassù ci guarda e se la sta ridendo?

Io spero che una volta finita, sia finita per sempre e che nessuno sia ancora obbligato a occuparsi di noi!

Infine lancio un’affermazione provocatoria: dì la verità, perché ti è venuto un debole per Mahmood?

L’ho sempre ammirato molto. Il brano Metti denaro nella borsa è già scritto da Shakespeare come una specie di rap ante litteram. Il musical è ipnotico e Shakespeare è un genio. Nella prima versione del nostro Otello, all’epoca lo facevo sulla musica di Money make the world go round del film Cabaret con Liza Minnelli, che era già un po’ vecchiotta allora. Quando abbiamo deciso di rimettere in scena lo spettacolo, ho deciso che – a costo di studiare per settimane – volevo fare quel pezzo sulla base di Soldi di Mahmood.

Mi sono resa conto che è una base musicale di una complessità, di una profondità e di una competenza musicale straordinarie. La mia quindi non vuole essere una parodia: è un omaggio, anche perché non tocco il testo. La difficoltà per me è stata adattarmi alla base senza farmi sovrastare dalla musica. E’ stato bellissimo, quindi io ne approfitto per fare tutti i miei complimenti al giovane Mahmood da cui ci aspettiamo grandi cose!

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Cristiana Ferrari
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