Enzo Decaro, “Non è vero ma ci credo”

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Non è vero ma ci credo di Peppino De Filippo è un classico della commedia all’italiana, celebre per la sua ironia e il modo in cui esplora temi seri attraverso una lente comica. La trama ruota intorno a Gervasio Savastano, un avaro imprenditore che teme la sfortuna e la iettatura, dando vita a una serie di situazioni esilaranti e paradossali. La pièce è arricchita da personaggi dai nomi e comportamenti stravaganti, che richiamano la tradizione della commedia dell’arte. Enzo Decaro, noto per il suo talento comico, offre un’interpretazione formidabile del protagonista, contribuendo a rendere la commedia un’esperienza indimenticabile.

Non è vero ma ci credo è in scena al Teatro Manzoni di Milano dal 3 al 5 maggio. Diretto da Leo Musicato con Enzo Decaro nel ruolo del protagonista, lo spettacolo contempla nel cast anche la presenza di Carlo Di Maio, Roberto Fiorentino, Carmen Landolfi, Massimo Pagano, Gina Perna, Giorgio Pinto, Ciro Ruoppo, Fabiana Russo e Ingrid Sansone.

Intervista a Enzo Decaro

Perché questa è una tragedia tutta da ridere?

Perché il suo plot e il suo divenire potrebbero essere raccontati come un fatto tragico, cioè quello di una persona che devastata dalla sua stessa fissazione di elevare a status l’hobby e la mania per la superstizione e le sue leggi da scienza esatta, le fa diventare un incubo per se stesso e per gli altri. Detto così, sembrerebbe un racconto a metà tra Kafka e Dostoevskij. Invece è una storia dove si ride dall’inizio alla fine, portando proprio all’estremo queste manie, queste fissazioni, queste perturbazioni e queste deviazioni mentali, dove è la superstizione che la fa da padrona, ma soprattutto la sua applicazione alla vita quotidiana diventa una tragedia che si trasforma in una commedia.

Quanto è forte la presenza della commedia dell’arte in questo spettacolo?

La commedia dell’arte è presente nella formazione, nell’amore e nel DNA del suo autore. Peppino ha sempre amato la commedia dell’arte, la carretta dei comici e questo modo di fare teatro in divenire. Questa commedia in particolare ha una struttura drammaturgica estremamente forte e precisa. Al suo interno c’è ovviamente spazio per gli archetipi e gli stereotipi della commedia dell’arte. Questi trovano nei confronti del suo protagonista un vis-à-vis che mette in difficoltà gli uni e gli altri per la gioia e il divertimento degli spettatori.

Quali sono le caratteristiche principali di Gervasio Savastano?

Credo che Peppino abbia scritto questo personaggio adattandolo molto alla sua enorme maestria attoriale, perché passa per un percorso assolutamente complicato. Deve infatti portare all’estremo qualunque pensiero e conseguenza. In quanto sacerdote della superstizione come scienza esatta, la farà diventare proprio la legge. Quando Peppino ha scritto questa commedia più di ottant’anni fa, prendere di mira la superstizione a Napoli e non solo è stato un grande atto di coraggio. Alla fine c’è un percorso catartico del personaggio, accecato da questa luce oscura che è la superstizione.

Direi che qualunque credenza religiosa, politica e sociale, è portata all’estremo. Questo ci fa perdere di vista le persone che ci stanno intorno. Direi che la sua caratteristica è proprio quella di essere un personaggio terribilmente tragico, che però attraverso una serie di vicissitudini, fa letteralmente morire dal ridere fino alla fine, quando poi si ravvede e prende le distanze da quella che è stata la causa dei mali propri e altrui.

Quanto è protagonista Napoli in tutta questa vicenda?

In questa rappresentazione c’è una Napoli degli anni Ottanta. E’ una città dove gli estremi sono molto forti. Qui convivono a pochi kilometri di distanza Mario Merola e Nino D’Angelo con Pino Daniele e James Senese o i nuovi del napoletan power. Sempre i De Filippo, sia Peppino che suo figlio Luigi, hanno scelto di retrodatare di qualche decennio l’ambientazione della commedia. Quando l’ha fatta Peppino negli anni Cinquanta, l’ha ambientata negli anni Trenta. Luigi l’ha poi riproposta negli anni Cinquanta. Noi abbiamo mantenuto questo vezzo di famiglia. La Napoli che fa da sfondo a questa tragicommedia, è proprio la Napoli degli anni Ottanta di Maradona. C’è sullo sfondo questa città con tantissime luci di bellezza, di pensiero, di arte e di cultura e altrettante ombre di degrado, di perdizione e di malessere.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Manola Sansalone
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