Piero Di Blasio, “La signorina Papillon”

Rose, collezionista di farfalle e ammiratrice di rose di ogni forma, vive nella sua casa in campagna lontana dal frastuono e dalla corruzione della città. Ad alterare questo bucolico paesaggio arriveranno delle presenze ingombranti: l’amica Marie-Louise, donna lussuriosa; il poeta Millet, scribacchino bohemien e il comandante della loggia Armand, essere spregevole devoto alla violenza e al comando. Tutti e tre hanno un compito: corrompere Rose al mondo moderno, ucciderla e rubarle la villa in campagna e il cane.

La signorina Papillon di Stefano Benni è in scena al Teatro Martinitt di Milano dal 1° al 4 febbraio. Lo spettacolo è diretto da Piero Di Blasio, che ne è anche protagonista con Valeria Monetti, Ludovica Di Donato e Mauro Conte.

Quattro domande a Piero Di Blasio

Siamo più di fronte a un giallo o a una commedia?

Me lo chiedo tutte le sere! A volte il giallo è ricordarsi le battute, a volte la commedia è che non ce le ricordiamo. Quindi ci sono sempre un problema e una cosa bella. E’ assolutamente una commedia che contiene un piccolo giallo come lo sono tutti i sogni: quando ci svegliamo, non ci ricordiamo se l’abbiamo sognato o se è successo davvero.

Non tutte le opere di Stefano Benni sembrano essere adatte per il teatro. Questa lo è particolarmente. Perché?

Perché secondo me lui l’ha scritta pensando alla parola. Benni ha una dote innata: riesce a farci vedere le immagini delle cose che scrive. Spesso rimangono scritte, tu hai detto bene. Quando le si traspongono in teatro, perdono sempre qualcosa rispetto alla sua parola. Questa volta si è divertito un po’ a usare le parole più consuete e le ha utilizzate in un linguaggio di fine Ottocento, quindi ha comunque collocato la commedia. E’ diventata famosa in tutta Italia e viene rappresentata da trent’anni in continuazione proprio perché lui ha usato un linguaggio discorsivo e parlabile.

Emerge un microcosmo variegato dall’insieme di questi personaggi?

Assolutamente sì ed è un microcosmo dettato dalla realtà quotidiana. Ogni personaggio rappresenta un vizio e una virtù o la purezza, come Rose, delle persone che abitano nel nostro Paese ed è una critica sociale molto bella, interessante e intelligente, perché è stata scritta trent’anni fa ma sembra scritta ieri sera. Armand. il mio personaggio, è il potere militare; Millet, il poeta, è quello ideologico, della mente e della coercizione mentale; Marie-Louise è quello sessuale, che rappresenta tutto ciò che è legato al corpo, e Rose è invece la donna che viene circuita da questi tre loschi personaggi.

E’ una critica della società?

Assolutamente sì, ma soprattutto è un modo molto diretto per parlare come si usava fare nell’antica Grecia: si parlava per metafore e chi voleva capire capiva. Gli altri non avrebbero mai comunque compreso.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Lia Chirici
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