Ugo Dighero si confronta per la prima volta con una grande classico, interpretando Arpagone ne L’avaro diretto da Luigi Saravo. Nella commedia di Molière si assiste a un epico scontro tra sentimenti e soldi. Il protagonista è disposto a sacrificare la felicità dei figli, pur di non dovere fornire loro una dote e anzi acquisire nuove ricchezze attraverso i loro matrimoni.
L’avaro è in scena al Teatro Manzoni di Milano dal 18 febbraio al 2 marzo. Oltre a Ugo Dighero ne sono protagonisti Mariangeles Torres, Fabio Barone, Stefano Dilauro, Cristian Giammarini, Paolo Li Volsi, Carolina Leporatti, Rebecca Redaelli e Luigi Saravo. La traduzione e l’adattamento sono di Letizia Russo.
Intervista a Ugo Dighero
“Qual è il tratto distintivo più caratteristico di Arpagone?“
Ugo Dighero: “Innanzitutto qui andiamo veramente a fondo del problema perché sono un genovese che fa L’Avaro, quindi siamo al massimo delle possibilità espressive. E’ un personaggio straordinario. In questa nostra versione vengono fuori anche dei suoi aspetti positivi, nel senso che rileggendo il testo oggi, nella nostra contemporaneità, vediamo quelli che all’epoca forse non erano dei valori ma che lo sono diventati oggi: il fatto di risparmiare, riciclare, non sprecare. Dunque ha di certo un grande difetto ma anche alcuni aspetti positivi. In realtà è circondato da personaggi altrettanto negativi. Il più sano ha la rogna perché tutti mirano al denaro, che è uno dei grandi temi dello spettacolo. Però c’è anche l’amore: Arpagone si innamora di una ragazza e ha uno slancio, pur senza avere alcuno scopo economico. Anzi, la giovane è povera, quindi non ha quel tipo di interesse. Dunque il personaggio ha tanti aspetti che vengono fuori e lo dipingono a tre dimensioni.”
“In che modo si scontrano sentimenti e soldi?“
Ugo Dighero: “Sentimenti e denaro si scontrano inevitabilmente, di continuo e in maniera pesante. Questo lo verifichiamo giorno per giorno nella nostra vita, visto che oggi il denaro nella nostra società è la cosa più importante. Se oggi levassimo i soldi da questo mondo, niente starebbe più in piedi. Mentre se togliamo altre cose che erano un valore nel Medioevo come Dio, il mondo va avanti lo stesso. Quindi è un valore che ai nostri giorni ha totalizzato completamente tutte le azioni per le quali ci muoviamo, che sono finalizzate a quello. E’ un problema molto delicato.”
“Perché, come dice il regista, c’è un conflitto tra due visioni economiche?“
Luigi Saravo: “C’è nel mondo e nella realtà in cui viviamo. Questa è una cosa che abbiamo trasferito anche sul testo. Conosciamo tutti il conflitto che stiamo vivendo. Ci sono ancora dei cascami molto potenti di un’economia tardocapitalista e neoliberista che spadroneggiano, però c’è anche l’emersione di nuove economie conservative. Queste due visioni di come leggere il mondo dal punto di vista economico sono in una partita aperta. Noi cerchiamo anche di costruire alcuni elementi del testo.”
“Rispetto all’originale di Molière, lo spettacolo è ambientato in un’altra epoca, giusto?“
Ugo Dighero: “Sì, in una modernità che però non è dettagliata. Sono un non luogo e un non tempo, però si capisce che parliamo dei giorni nostri.”
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Manola Sansalone
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