Chicco Dossi, “Out of the blue”

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Spesso, riferendosi alla corrente emergenza sanitaria, si sente parlare di pandemia globale. Un’espressione ridondante, dal momento che ogni pandemia dovrebbe essere per definizione globale. Un fondo di verità in questo lapsus, tuttavia, c’è. Se confrontata con l’altra grande pandemia dell’età contemporanea e tutt’ora in corso – quella da AIDS – si scorge una differenza sostanziale: il covid-19 influenza tutti, senza distinzione. Se vivi negli anni ‘20 del XXI secolo sul pianeta Terra, la vita è in qualche modo trasformata da questa epidemia.

Out of the blue è uno spettacolo in scena al Teatro della Cooperativa dal 29 gennaio all’8 febbraio. Scritto e diretto da Chicco Dossi, vede protagonisti Francesco Meola, Diego Pleuteri, Cinzia Tropiano e Simone Tudda.

Quattro domande a Chicco Dossi

Questo è uno spettacolo sulle pandemie?

E’ uno spettacolo che parla delle pandemie ma non su di esse. Ci sono queste due grandi malattie sullo sfondo che influenzano in un modo o nell’altro sia che le persone ne siano colpite o meno. Questo condiziona inevitabilmente il loro vissuto, le loro relazioni e proprio questa situazione fa detonare dei rapporti oppure ne cementa altri.

Che cosa accomuna le due coppie protagoniste dello spettacolo?

Sicuramente il vivere in una pandemia. Ciascuna vive nella propria. Nessuna di quelle che vivono nella pandemia da Covid ce l’ha. Soltanto una delle due persone ha l’Aids e la questione è proprio mostrare come queste malattie non siano meramente un problema fisiologico ma colpiscano tutti: le persone vicine, il modo di rapportarci con loro e il modo in cui ci vediamo e siamo visti.

Che cos’è l’olografia?

Io dico spesso che la qualità più importante dovrebbe essere l’olografia. Dal momento che le due coppie sono sempre in scena, noi vediamo – a seconda delle carte olografiche – una situazione piuttosto che un’altra, pur coesistendo nello stesso spazio. Allo stesso modo Out of the blue funziona così: le due coppie sono sempre in scena e noi vediamo soltanto una delle due agire in un certo momento. I piani temporali sono distinti ma le parole di una coppia riverberano ovviamente anche nel mondo dell’altra.

Come hai reso le differenze in scena tra Covid e Aids?

Io ho provato a cercare di tenere la malattia il più possibile sullo sfondo, perché non è tanto la malattia in sé il problema. Il termine Aids viene utilizzato soltanto due volte e non si parla mai di Covid, proprio perché non è tanto la malattia in sé a essere il punto della questione. La questione è come noi reagiamo, come crediamo di fare del bene a noi stessi agendo davanti a queste malattie. Poi c’è il rapporto con l’altra persona: che cosa significa essere malati ed avere paura di una malattia.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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