“DRAGPENNYOPERA”: LE DONNE E IL FASCINO DEL BANDITO

E’ l’alba. Nel cortile di un carcere, sotto il patibolo, un plotone di vedove attende l’esecuzione del bandito Macheath. Sono le donne della sua vita: Polly, Peachum, Jenny, Lucy e Tigra. Saranno loro a dare vita a questa storia: una storia d’amore, morte, sesso e soldi sullo sfondo di una città corrotta. Sono donne che tradiscono, che lottano, donne che si usano a vicenda.

L’intervista video alle Nina’s Drag Queen

Dragpennyopera con le Nina’s Drag Queen è in scena al Teatro Leonardo di Milano dal 20 al 23 febbraio. Scritto da Lorenzo Piccolo che ne è anche protagonista con Alessio Calciolari, Gianluca Di Lauro, Stefano Orlandi e Ulisse Romanò, lo spettacolo è diretto da Sax Nicosia.

Il trailer dello spettacolo

Intervista alle Nina’s Drag Queen

“Che cos’hanno in comune le donne di questo spettacolo?”

Lorenzo Piccolo: “Le donne di questo spettacolo sono delle bestie, delle fiere, delle belve che lottano l’una contro l’altra in un mondo dove l’unico punto di riferimento è l’interesse personale. Quindi sono donne che cercano di mangiarsi le une con le altre.”

“Che sentimenti suscita Macheath in queste donne?”

Gianluca Di Lauro: “Amore e interesse, a seconda del personaggio. Amore di diverso tipo giocato su diversi tipi di relazione che ha quest’uomo con la suocera, con la prostituta, la moglie e la finta moglie.”

“In che cosa è stata di ispirazione The Beggar’s Opera di John Gay?”

Stefano Orlandi: “L’opera del mendicante nasce come opera musicale, di critica e satira dell’epoca. Quindi si sposa molto bene con la nostra poetica e con il nostro linguaggio che tendono a mescolare insieme il teatro di parola con canzoni e musiche cantate dal vivo, in playback e le coreografie. Dunque aveva un’impostazione strutturale – come poi abbiamo già visto nell’Opera da tre soldi rivisitata di Brecht – che si sposa con il tipo di poetica delle Nina’s.”

“Questo spettacolo è una riflessione sul ruolo del teatro nella società?”

Ulisse Romanò: “Anche. Fare teatro per noi vuol dire sempre fare qualcosa di politico, nel senso di aprirsi alla polis e dire qualcosa. In questo spettacolo c’è un utilizzo dell’elemento metateatrale, quindi è una specie di scena un po’esplosa dove si vedono brandelli dietro le quinte, per restituire anche una dimensione molto aperta e molto diretta, per ridare le armi giuste al teatro.”

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli per la collaborazione