Carlo Durante, “Paladini di Francia”

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La storia comica e tragica dei paladini di Carlo Magno – dall’arrivo a corte della bella Angelica al massacro di Roncisvalle – racconta la bellezza e la crudeltà della vita. E se da più di cinquecento anni grandi poeti e oscuri teatranti continuano a provare un piacere immenso a raccontarla, un motivo ci deve essere. Come in un teatrino delle marionette dove Pasolini fa raccontare a Totò, Ninetto Davoli, Franco e Ciccio, la triste storia di Otello, Iago e Desdemona.

Paladini di Francia è in scena al Teatro Litta di Milano il 21 e il 22 gennaio. Lo spettacolo, che ha vinto diversi premi, è dedicato a Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini e vede protagonisti Letizia Cartolaro, Carlo Durante, Emanuela Pisicchi ed Enrico Stefanelli. Il testo è di Francesco Niccolini e la regia è di Enzo Toma.

La parola a Carlo Durante

Che ruolo hai nello spettacolo?

Il ruolo che ho nello spettacolo è quello di un attore al servizio delle marionette. E’ lo stesso di tutti gli artisti in scena. Ognuno di noi veste più personaggi. Per esempio Orlando viene interpretato da tutti. Siamo quattro attori sul palco, due uomini e due donne, abbiamo un vestito nero, siamo truccati un po’ come i pupi siciliani e siamo a disposizione delle marionette. Vestiamo degli scafandri costruiti da Iole Porziana e Cilento Catalano, e i veri personaggi sono le marionette che indossiamo man mano. Noi attori dobbiamo un po’ sottrarci al nostro ego e metterci a servizio della marionetta.

Chi erano veramente i paladini di Carlo Magno?

Erano dei cavalieri d’arme chiamati a difendere il suo impero ma poi si scopre che, dalla parte dell’imperatore ma anche da quella dei mori, si innamoravano molto facilmente. Dunque, quando vedevano una donzella le correvano dietro. Un po’ tutti si innamorano di Angelica e Ruggero di Bradamante. Per cui sono dei cavalieri che devono difendere il regno ma sono sostanzialmente degli uomini che diventano folli per amore e dimenticano di difendere una patria.

E’ più difficile recitare nella parte delle marionette rispetto allo stare sul palco senza fili?

Recitare come marionetta ci pone sotto un altro piano di lavoro attoriale, nel senso che non siamo noi ma al servizio del burattino, quindi dobbiamo un po’ sottrarci a noi stessi. Anche per le marionette, quando siamo in scena, ci sono due piani: in uno sono un po’ fuori dal teatrino, quindi stanno dietro le quinte, dove ogni burattino ha una sua storia e un suo vissuto; poi c’è quello che va in scena a interpretare un ruolo. Dal punto di vista fisico, insieme al regista Enzo Toma, abbiamo fatto un grande lavoro su come si muove una marionetta. Sono dei pezzi di legno con dei meccanismi che permettono alcuni movimenti e altri no. Il tronco è un blocco unico e soprattutto il moto e la gravità vanno verso l’alto.

E’ uno spettacolo adatto a ogni tipo di pubblico? Può piacere anche ai bambini?

Moltissimo! Anzi, in origine questo spettacolo nasce pensando ai bambini e ai ragazzi ma quando è venuto fuori, ci siamo resi conti che acchiappa tutti, perché i temi sono assolutamente trasversali e universali e il teatro di figura misto a quello di attore ha un linguaggio che riguarda tutte le parti dell’universo. Abbiamo girato tante parti del mondo, dall’Indocina all’America Latina, perché il teatro di figura esiste dappertutto. Nasce un po’ con l’uomo, in vari modi e con varie espressioni, però trattiamo il tema universale dell’amore e della guerra che purtroppo è ancora molto attuale.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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