“Echi di luce”, intervista al cast

Uno spettacolo che combina drammaturgia, danza, musica e luce per esplorare trame storiche, umane, fisiche e filosofiche legate all’effetto Cherenkov, il fenomeno luminoso che viene utilizzato per la rivelazione di fotoni e particelle ad alta energia provenienti dallo spazio nel momento in cui entrano in collisione con la nostra atmosfera.

Echi di luce di Riccardo Mini è in scena al Pacta Salone di Milano dal 26 gennaio al 4 febbraio. Lo spettacolo vede protagonisti Maria Eugenia D’Aquino, Lorenzo De Simone, Olimpia Fortuni, Riccardo Magherini e Giorgio Rossi.

La parola a Maria Eugenia D’Aquino, Lorenzo De Simone, Olimpia Fortuni, Riccardo Magherini e Giorgio Rossi

Che cos’è l’effetto Cherenkov?

Maria Eugenia D’Aquino: L’effetto Cherenkov è un particolare effetto che si genera con dei fotoni che incrociano l’atmosfera terrestre. Quest’impatto produce delle scie di luce che sono importanti per tutta una serie di ragioni. Sono uno sciame di luce che viaggia più veloce della luce e ha un effetto blu. Questi flash sono impercettibili e rapidissimi, e sono visibili solo con dei grandissimi strumenti che sono i telescopi Cherenkov.

Si chiamano così perché lo scopritore di quest’oggetto è stato Paviel Cherenkov. Riccardo Mini ha voluto creare uno spettacolo in cui le scene fossero come queste schegge luminose, questo sciame, quindi tante scene di parola, danza, suggestioni e luci che sono importantissime per questo spettacolo, così come lo è tutto l’apporto musicale. Maurizio Pisati, il compositore, ha chiamato la composizione e le musiche originali di questo spettacolo “un telescopio acustico”. Tutto questo per restituire tante scene apparentemente indipendenti ma che poi provengono tutte dalla stessa origine.

In che modo drammaturgia, danza, musica e luce si uniscono insieme in questo spettacolo?

Giorgio Rossi: Sono tanti piccoli racconti e ognuno di essi è un tassello. Uniti, rendono il pubblico capace di comprendere quest’effetto incredibile, perché queste particelle arrivano dal passato, però viaggiano a una tale velocità per cui noi capiamo anche quello che potrebbe succedere nel futuro, quindi c’è uno sfasamento spazio temporale. Tutta la luce arriva sulla Terra, ma queste particelle, a contatto con l’atmosfera, mantengono la velocità della luce che invece di solito rallenta. Questi fotoni che vengono dall’iperspazio, mantengono la velocità della luce, anche se attraversano l’acqua.

L’idea è che ci siano tanti piccoli flash, tanti piccoli racconti che aiutano a comprendere lo spettacolo. Come la novella indiana in cui i ciechi toccano un elefante, ma possono entrare in contatto solo con il punto dove si trovano e ognuno ha una percezione diversa: per uno è un albero; per un altro una liana; per un altro ancora una corda; per un altro una foglia; per un altro una parete. Unendo ognuno la propria percezione, capiscono che è un elefante.

E’ giusto dire che qui lo spazio diventa tempo e la luce suono?

Maria Eugenia D’Aquino: Sì, direi di sì, perché il tentativo è quello di rendere partecipi e far evolvere elementi che generalmente in uno spettacolo sono di guarnizione, che invece qui devono diventare protagonisti e lo saranno.

C’è un ruolo del pubblico nello spettacolo?

Riccardo Magherini: In questo caso direi che è l’osservatore, quello che si mette di fronte al fenomeno e cerca di capire cosa sta succedendo. Il pubblico ha questo rapporto. Forse gli spettatori sono addirittura quelli che stanno con l’occhio dentro al telescopio. E’ come se vedessero fenomeni, ognuno degli osservatori raccoglie le proprie informazioni e prende il sunto della cosa. Noi siamo soltanto fenomeni che avvengono.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Colombo
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