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E’ la notte tra il 15 e il 16 luglio 1935. Ida Dalser, appena fuggita dal manicomio di Pergine, da sola, di notte, percorre la strada che da Pergine Valsugana arriva alla casa di sua sorella, a Sopramonte, piccola frazione sopra la città di Trento. Come in una fiaba nera, sta attraversando un bosco ed è convinta che a casa della sorella troverà il suo amore, Benito Mussolini, che la salverà. In un flusso di coscienza che procede senza pause ripercorre la sua vita e immagina una realtà parallela, molto lontana da quella che la porterà alla morte da lì a un paio d’anni.
Dalser la Mussolina è in scena al Pacta Salone di Milano dal 7 al 12 marzo. La drammaturgia è di Angela Dematté. Ne è unica protagonista Michela Embriaco che ha anche firmato la regia.
La parola a Michela Embriaco
“E’ una storia vera quella che racconta?”
“Certo, è una storia vera. Ida Dalser era considerata la prima moglie di Mussolini e da lui fu fatta internare in manicomio. Riuscì a scappare proprio quella notte, nel 1935. E’ stata una cosa incredibile, difficile anche da immaginare, che fosse riuscita a recuperare delle lenzuola e delle corde e a scappare da quel manicomio di Pergine, che era un luogo estremamente difficile all’epoca. Non era facile anche solo immaginare di poter fuggire. Voleva andare a casa, dalla sorella a Sopramonte, per trovare il figlio Benito Albino che aveva avuto da Mussolini e dal quale era stata separata da diversi anni. E’ una storia tragica, la storia di una donna particolare, forte e determinata. Le domande che ci hanno guidato nella costruzione di questa drammaturgia sono proprio cosa spinge una donna indipendente come Ida Dalser, che da Sopramonte era andata a Milano e aveva aperto un centro estetico, una donna che aveva una certa cultura, a rinunciare a tutto per amore di un uomo e quest’uomo era Benito Mussolini.”
“Perché questa è una fiaba nera?”
“Abbiamo costruito quest’immaginario della fiaba che attraversa tutto il lavoro, sia dal punto di vista della drammaturgia che della scenografia. E’ una fiaba nera perché abbiamo associato l’idea delle fiabe dei fratelli Grimm dove ci sono queste figure femminili. In molte storie troviamo queste donne in attesa, ferme e passive, che devono aspettare qualcuno che le svegli, le ami e le salvi e in lei c’è questa profonda contraddizione, nel senso che da una parte vuole far sentire la sua voce e non accetta di essere abbandonata. Dall’altra, però, non riesce ad accettare nemmeno psicologicamente questo fatto e continua a pensare che Mussolini non l’abbia realmente rinchiusa e abbandonata, ma che sia stato un complotto ad opera del fratello Arnaldo e degli altri gerarchi fascisti che hanno tenuto Mussolini all’oscuro di tutto e che lui in realtà non le avrebbe mai fatto questo. Vive questo profondo conflitto interiore. In lei c’è la consapevolezza di questo ma è come se in alcuni momenti la cancellasse e non riuscisse ad accettarla fino in fondo. Allora la fiaba diventa una sorta di immaginario nel quale tante donne si sono ritrovate.”
“In che modo la protagonista ripercorre la sua vita?”
“La ripercorre in questo flusso interiore nel quale si mescolano questo suo sogno, questa sua fantasia e questo desiderio di incontrare Benito dalla sorella a Sopramonte. Quindi spera di trovarlo lì e che lui la ami e la salvi. A questo mescola i fatti che riguardano il suo passato, la sua storia, la sua esperienza e il suo amore con Mussolini, la sua vita in manicomio. Si mescolano questi due piani, quello della sua vita e quello del sogno, di questa dimensione che le rende tutto sommato sopportabile questa ferita profondissima causata dall’abbandono.”
“Perché nello spettacolo c’è una realtà parallela?”
“Perché è qualcosa che appartiene anche alla vita stessa di Ida, nel senso che è stata questa sua contraddizione a portarcela e a lavorare su questa dimensione più onirica, che ha avuto una funzione interessante dal punto di vista della costruzione della scenografia simbolica legata in parte al mondo della fiaba: il cappuccio che assomiglia a quello dei personaggi che attraversano il bosco che diventa il luogo dove si incontra la propria ombra. Un bosco simbolizzato da questi oggetti che sono microfoni e che assumeranno diverse forme nel corso dello spettacolo. In qualche modo richiamano quest’idea di Ida di voler comunicare questo suo bisogno di dire a tutti quello che lei ha passato, ma tutto sommato c’è il fatto che purtroppo non ci è riuscita e morirà nel 1938 in manicomio.”
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Giulia Colombo
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