“Fabbrico”, il microcosmo antifascista di Massimiliano Loizzi

  • Clicca QUI per ascoltare il podcast dell’intervista

Fabbrico, comune del reggiano simbolo di lotte sociali e antifascismo, diventa lo specchio della storia nazionale in Fabbrico, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Massimiliano Loizzi in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 17 maggio.

Tra satira e teatro civile, Loizzi veste i panni di un regista in crisi che tenta di girare un film sulla Resistenza: la narrazione di questa pellicola immaginaria si trasforma in un potente monologo sulla memoria collettiva e il senso di comunità. Un viaggio tra storia e attualità che intreccia vicende personali e grandi ideali.

Quattro domande a Massimiliano Loizzi

Qual è il segreto di Fabbrico e della storia di un paese antifascista?

La tua è una domanda perfetta perché è proprio da qui che è partita la mia ricerca sul senso dello spettacolo e del mio lavoro su Fabbrico, dove per un anno sono andato ripetute volte per raccogliere interviste e racconti dalle persone del posto. Mi sono proprio chiesto come sia possibile che in un luogo così piccolo siano accadute così tante cose, mi sono domandato perché proprio lì e non altrove. La risposta, secondo me, sta nel fatto che già dalla fine del 1800, Giovanni Landini aveva costruito una fabbrica nel centro di Fabbrico.

Essendo un imprenditore illuminato, un socialista e poiché era nato povero e proletario, aveva costruito case e scuole, e scolarizzato un’intera generazione di persone che così facendo, non erano più schiave della terra. Non erano più braccianti né mezzadri, quindi non si dovevano preoccupare di sopravvivere ma potevano vivere. Avevano una casa, uno stipendio, un lavoro e un’istruzione. Questo li ha resi persone migliori, li ha emancipati dal loro destino di schiavi della terra, rendendoli proprietari della loro vita. Questo mi permette di dire che forse lo studio, la conoscenza e il viaggio, inteso come scoperta, ci portano a essere inevitabilmente persone migliori e intelligenti. L’acume e la cultura ci impediscono di essere razzisti, omofobi, sessisti o fascisti. Credo che questi termini siano tutti il contrario dell’intelligenza, della cultura, dello studio e della memoria.

Ci vuoi raccontare un episodio simbolo di cui parli nel tuo spettacolo che caratterizza particolarmente il paese di Fabbrico?

Sono tantissimi, nel corso degli anni, dall’Ottocento fino ad oggi. Fabbrico ha una grandissima cultura dell’accoglienza. Ci sono una comunità indiana, una pakistana e una siriana integrate perfettamente nel territorio. Nello spettacolo i due protagonisti sono il centro da cui si dipanano gli avvenimenti della storia: Giuseppina e Lino, una partigiana e un partigiano. Seguendo la loro vita, raccontiamo anche la storia del paese e dell’Italia. Per me l’evento centrale è la liberazione di Fabbrico, avvenuta il 27 febbraio 1945, con le sole forze delle fabbricesi e dei fabbricesi. Il paese è rimasto territorio libero fino alla fine della guerra.

Ti racconto una cosa singolare: loro non hanno una festa patronale, ma la fanno il giorno dell’anniversario della liberazione, il 27 febbraio. Questo per me è un evento particolare, ma ce n’è anche un altro: la costruzione del loro teatro. Subito dopo il 1948, all’inizio dell’acredine tra le parti politiche, gli era stato impedito di averne uno. Loro si sono letteralmente costruiti un teatro con le proprie mani, autotassandosi e imponendosi un lavoro volontario alla fine di ogni turno lavorativo di ogni giornata lavorativa e nel fine settimana. Questi due eventi sono per me il centro della narrazione, il prima e il dopo, perché sono davvero accadimenti singolari che mettono al centro l’essere umano e la sua volontà di essere libero, indipendentemente da tutto quello che gli accade intorno. Si sono dimostrati fautori del loro destino.

Perché qui appari in piena crisi personale e politica?

Perché mi piaceva l’idea, che innanzitutto parte da una storia vera, cioè dal mio tentativo, una volta scoperta la storia di Fabbrico, di scrivere e farmi produrre un film o preferibilmente una serie tv sulle vicende di questo Paese, che attraversa, dalla fine dell’Ottocento a oggi, tutta la storia d’Italia. Fabbrico diventa così un microcosmo che racconta il macrocosmo italiano. Il racconto di questo film sull’Italia antifascista, che non si farà mai probabilmente a causa dei tempi che viviamo e forse nemmeno in futuro, diventa la narrazione stessa.

Punto in alto, ma non è mancanza di modestia. Lo faccio perché noi artisti dobbiamo mirare più in alto possibile, anche se magari ci schiantiamo. Però Fellini con 8 e 1/2, Sorrentino con La Grande Bellezza, Nanni Moretti con Il Sol dell’avvenire, Abbas Kiarostami e Theo Angelopoulos con Lo sguardo di Ulisse hanno fatto film meravigliosi in cui il regista filma se stesso nel tentativo di raccontare il film. Il mio è uno spettacolo metateatrale. Mi piaceva molto quest’idea. Soprattutto amavo il fatto che la mia è una generazione in piena crisi.

Io sono un cuspide, un milllennial dei primissimi, un membro della generazione X, schiacciato da un passato molto importante e da una generazione non solo in crisi, ma che giustamente si sta prendendo tutti i propri posti. In questo caso lo sono anche come artista, perché in questo momento raccontare il teatro civile attraverso il mondo che ci circonda è molto difficile, dato che la satira e l’intrattenimento in Italia sono sempre meno presenti.

Io ero ragazzo negli anni Novanta e ricordo le trasmissioni di grandissimi artisti come Paolo Rossi, Corrado e Caterina Guzzanti. La satira della scuola di Gaber, Jannacci e Dario Fo era importantissima. La comicità si è persa, è un dato di fatto. Si sta esaurendo sempre di più in un reel di 15 secondi dove l’approfondimento è assolutamente assente. Questo mi fa soffrire molto, come artista e come essere umano che si è sempre interessato alla politica, perché non si possono sempre ridurre i discorsi a 90 o 60 secondi. E’ bello parlare e ascoltarsi. Se io non parlo con le persone o fotografo sempre me stesso in una masturbazione mentale continua, come posso scoprire me stesso, i miei punti deboli e quindi risolvere la mia crisi?

Oltre alla storia antifascista, dunque, mi piaceva anche raccontare questa crisi che credo sia rappresentativa di questi tempi bui e ambigui. Come vogliamo chiamarli? Postfascisti? Neofascisti? Non lo so. In tutto il mondo il pericolo del fascismo è comunque dietro l’angolo.

Come ti sei documentato per scrivere questo spettacolo?

Ho conosciuto la storia del teatro e del paese quando sono andato al Teatro Pedrazzoli di Fabbrico. Non si esaurisce in due accadimenti, sono veramente tantissimi, fino ad arrivare ai cerchi di grano trovati nel 2012 e fatti, secondo i complottisti, dagli alieni. Di lì mi sono interessato alla storia, ho conosciuto l’amministrazione comunale, il sindaco e l’assessora alla cultura di Fabbrico, Elisabetta Pozzetti, che si sono dimostrati veramente disponibili ospitandomi. Ho raccolto interviste e racconti di tutte le persone di ogni età che volevano parlarmi: dai 20 agli oltre 90 anni, perché, tra le altre cose, il paese ha anche abitanti pluricentenari. Ci sarà la fonte della giovinezza!

Grazie all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani del posto, ho studiato tutti i documenti e i tesserini ANPI. Fabbrico contava ben 66 staffette partigiane e 186 case di latitanza che durante gli anni del fascismo e della Resistenza avevano ospitato antifascisti. E’ stato un lavoro lungo un anno, partecipato e condiviso con la comunità, che poi è finito, anche se quella fine corrispondeva, all’inizio del tour dello spettacolo, con la rappresentazione del monologo fatta al teatro di Fabbrico nel giorno dell’anniversario della liberazione, il 27 febbraio. Per me è stato un momento molto emozionante. La sala era piena a tal punto che hanno dovuto aggiungere delle sedie. Non vedevano così tanta gente dagli anni Sessanta. E’ stata un’esperienza bellissima, anche di restituzione del lavoro al paese e alla cittadinanza che mi ha dato così tanto.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Foto di Barbara Rocca
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
  • Clicca QUI per iscriverti al canale YouTube di Teatro.Online