Gianfelice Facchetti, “Il grande Torino”

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Cosa c’è nella valigia di un calciatore che torna da una sfida memorabile? Nelle valigie recuperate tra i rottami dell’aereo che trasportava il Grande Torino e che si schiantò su Superga, c’erano anche i sogni ritrovati di un Paese intero, l’Italia. Sfogliamo l’album dei ricordi, fino a ritrovare le radici e i protagonisti di una pagina di storia rimasta incollata alla memoria.

Il grande Torino – Una cartolina da un Paese diverso è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 22 al 31 ottobre. Lo spettacolo è stato scritto da Marco Bonetto e Gianfelice Facchetti, che ne è anche protagonista con gli Slide Pistons.

Intervista a Gianfelice Facchetti

Perché l’Italia che descrivi nello spettacolo era un Paese diverso rispetto a oggi?

Perché usciva da una situazione comune: quella della guerra e della ricostruzione. In quello scenario c’era sicuramente un quadro di maggior solidarietà tra le persone, che avevano una prima cosa da fare: ricominciare. Cercavano quindi anche in questo slancio qualcosa in cui accomunarsi per avere incoraggiamento, per tornare a vivere la loro spensieratezza e per ritrovare coraggio.

Quali erano i sogni dell’Italia di allora?

Credo che fossero molto misurati e limitati. Innanzitutto, nello spettacolo io parlo di valigie vuote. Quindi si parte da lì. Mancava il necessario e mancavano le speranze, i sogni, le illusioni e l’orgoglio che era stato calpestato in quegli anni. E’ la materia invisibile di sogni e illusioni di cui la specie umana ha bisogno per andare avanti. Erano sogni misurati di cui i ragazzi in maglia granata diventarono interpreti. Sogni di gloria ma senza retorica, senza sangue, senza rancore. Una vittoria vista come un fatto semplice ma anche come il manifesto di un ritorno alla vita. Si erano lasciati alle spalle il vincere retorico.

Cosa c’era nella valigia di quei calciatori?

Io mi sono ispirato alle cose che ho visto conservate al museo del grande Torino. C’erano i dischi che il terzino Virgilio Maroso portò a casa, con il desiderio di ascoltare nuova musica dal Portogallo durante l’ultimo viaggio che il Torino fece a Lisbona. Oltre a essere un buon giocatore, suonava anche il pianoforte. Oppure c’erano le fotografie di un avversario che il portiere Valerio Bacigalupo stava portando a casa ed era l’unico giocatore che rappresentava una squadra diversa nella nazionale italiana nel 1947. C’era poi una bambolina che il direttore tecnico del Torino portava dopo ogni trasferta alla figlia e che fu ritrovata intatta in mezzo ai rottami. Oppure un vasetto di olio canforato del massaggiatore. Cose diverse che io credo possano parlare ancora.

Perché l’Italia vedeva nel Torino di allora qualcosa di salvifico?

Credo che sia una cosa che succede a volte con i miti. A un certo punto succede che ci si lasci guidare, facendo nascere una sorta di dialogo immaginario. Quindi ci si chiede: se Valentino Mazzola dovesse prendere una decisione al posto nostro, cosa farebbe? Se Valerio Bacigalupo dovesse dire qualcosa in questo momento e in questa occasione particolare, che parole userebbe? Se Virgilio Maroso dovesse prendere posizione di fronte a una determinata situazione, che cosa farebbe? Questi giocatori diventavano così fonte di ispirazione. Se questi ragazzi ce l’hanno fatta, posso anch’io fare qualcosa di più per diventare una persona diversa e migliore, con le mie esperienze e i miei comportamenti.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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