Matilde Facheris, “Sarebbe stato interessante”

Uno spettacolo che parla del desiderio di maternità biologica e non, di successi e fallimenti, del percorso delle PMA, la procreazione medicalmente assistita. E poi il perdersi e il ritrovarsi, l’amore, le aspettative e le altre forme di genitorialità.

Matilde Facheris è in scena alla sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano fino al 22 ottobre con Sarebbe stato interessante, una produzione ATIR con il sostegno di Fondazione Claudia Lombardi per il Teatro. Dramaturg e curatrice dei testi è Giulia Tollis, mentre la struttura drammaturgica e la regia sono affidate Marcela Serli.

Intervista a Matilde Facheris

Mi hai detto che per realizzare questo spettacolo hai intervistato diverse persone. A chi ti sei rivolta?

E’ stato il primo lavoro che la drammaturga Giulia Tollis ed io abbiamo fatto per affrontare l’argomento. Abbiamo parlato con alcune dottoresse che lavorano nell’ambito della fecondazione assistita, con un po’ di coppie che hanno fatto questo tipo di percorso sia con successo che non, con genitori adottivi ed affidatari, con bambini, con una madre che aveva un orto condiviso e con un’insegnante senza figli. E’ emerso un microcosmo molto variegato e abbiamo soprattutto scoperto che le nostre biografie erano veramente molto diffuse.

Vogliamo parlare del percorso che ci porta dalla madre terra al corpo femminile?

L’idea di accostare la maternità alla coltivazione di un orto è stata principalmente mia e ha rappresentato la nascita del progetto, perché avevo il desiderio di diventare madre. In più possedevo un orto che ora non ho più perché da quando sono mamma, non riesco a coltivarlo per mancanza di tempo. Ho sentito da subito che questi due desideri, queste due passioni e questi due bisogni si parlavano tra loro, perché tutto quello che si deve fare nell’ambito della coltivazione della terra è molto simile al percorso fatto da una donna e da un uomo nella ricerca della maternità o della paternità: bisogna capire se si è fertili o no e cosa si deve fare per l’attesa, se il risultato è positivo o negativo e come affrontare le intemperie che possono rovinare tutto in un attimo.

Perché Sarebbe stato interessante vuole essere un atto terapeutico?

Perché lo è stato e lo è soprattutto per le persone che ci hanno lavorato e lo hanno messo in scena; perché c’è il desiderio che sia un rito collettivo, tant’è vero che lo spazio scenico e la scelta della regista Marcela Serli portano proprio in questa direzione; perché, toccando tematiche di questo tipo, credo che sia necessario guarire collettivamente, con un atto – come direbbe Jodorowsky – “psicomagico”. Lo spazio è circolare, il pubblico ed io siamo molto vicini, ma lo sono anche gli spettatori, che in questo modo vedono e sentono le reazioni degli altri.

Posso sconfinare nel privato e chiederti di parlare della tua esperienza di genitorialità?

Sì. Lo spunto di questo spettacolo è autobiografico: per tanti anni ho desiderato diventare madre senza riuscirci. Ho fatto un percorso di fecondazione assistita e dopo molti passaggi, sono arrivata all’esperienza dell’affido. Quindi ho un bimbo da 18 mesi che ora ha due anni e mezzo e dunque sono riuscita finalmente a coronare il mio sogno di diventare madre. Ogni storia è a sé, ma ho scoperto che almeno per me non è così necessario vivere fisicamente la gestazione per poi sentire un’unione veramente biologica e così profonda con il proprio figlio, adottivo o in affido che sia.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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