Giorgio Felicetti, “Mattei – Petrolio e fango”

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Mattei è un ragazzino nato e cresciuto nelle Marche, che da giovane parte per Milano in cerca di futuro, avvia una fortunata industria chimica e inizia a frequentare gli ambienti politici, partecipa alla Resistenza come Comandante delle Formazioni Partigiane Democristiane dell’Alta Italia, nel dopoguerra fa rinascere l’Agip, fonda l’ENI, rivoluziona la politica energetica nazionale ed internazionale, fino a diventare “l’italiano più importante dopo Giulio Cesare”. Mattei è il personaggio della recente storia italiana su cui si è scritto di più, ancor più che su Aldo Moro.

Enrico Mattei è però anche un uomo che morì in circostanze tragiche e misteriose in un incidente aereo avvenuto vicino a Pavia il 27 ottobre 1962. Tragica fatalità o attentato? Teatro.Online parla dello spettacolo Mattei – Petrolio e fango con Giorgio Felicetti, che ne è autore e protagonista al Teatro della Cooperativa di Milano dal 27 al 30 marzo con la partecipazione di Valentina Bonafoni. Un testo scritto a quattro mani con Francesco Niccolini.

Quattro domande a Giorgio Felicetti

Chi era veramente Enrico Mattei?

Mattei era tante persone, un personaggio poliedrico. Il New York Times dopo la sua morte lo definì “uomo di grande intelligenza, fascino e coraggio”. Ecco, è proprio qui il fascino che quest’uomo ha esercitato su di me come persona di teatro e drammaturgo, quello di un personaggio che ha le stimmate di un eroe tragico. Nella parabola umana, nella sua irresistibile ascesa e tragica caduta, Mattei si getta nella grande impresa, purtroppo fino a morirne; cosciente sempre dei grandi rischi che un destino simile gli avrebbe riservato.

Quindi Mattei è un uomo che tra grandissime luci accecanti e altrettante grandi ombre segna la storia italiana almeno due volte: dapprima nell’immediato dopoguerra, quando fonda una politica energetica vera per il nostro Paese in ginocchio e una seconda volta cambia la storia con la sua morte, quando l’Italia torna a essere dipendente dalle grandi potenze mondiali; una scelta di cui ancora oggi paghiamo – ahinoi! – le più drammatiche conseguenze.

Su quali fonti si è basato per scrivere il suo spettacolo?

Molte. Ho attinto veramente a tutte quelle possibili, anche a quelle poco note o assolutamente sconosciute: amici, parenti, la famiglia, gli eredi, gente che aveva lavorato al suo fianco ed ex veterani dell’Eni, ma soprattutto il materiale prodotto dal tribunale di Pavia e dal magistrato Vincenzo Calìa. In 25.000 pagine, un faldone enorme assemblato dalla procura, ho trovato tantissima documentazione.

Quanto è spietata la chiarezza degli interrogativi mai risolti di cui lei parla nello spettacolo e che caratterizzano tutta la vita di Mattei?

Io in qualche modo cerco di accompagnare lo spettatore nei meandri di questa storia e di quella recente italiana, perché non si parla soltanto di Mattei, ma ad esempio vengono nominati altri due personaggi enormi che con Mattei formano una triade di quelli che potremmo definire “gli insepolti”. Sto parlando di Aldo Moro e di Pier Paolo Pasolini, che hanno fatto anche loro una fine tragicissima. Non è stato ancora tutto chiarito intorno a queste morti. Io accompagno lo spettatore a tentare di fare delle scoperte senza dare delle risposte, ma cercando – come dovrebbe fare a mio avviso il teatro – di porre più che altro delle domande.

Lei che idea si è fatto di quello che successe veramente nell’incidente aereo di Bascapé in cui Mattei perse la vita?

Questo non posso riferirlo qui. Io invito gli spettatori a venire a vedere lo spettacolo perché non do risposte, ma chiaramente nella filigrana in controluce si capisce molto bene quali possono essere le cause e i mandanti di questo vero omicidio. E’ stata una strage, perché non è morto soltanto Mattei ma anche un giornalista e il pilota dell’aereo. Tutto questo, però, fino a poco tempo fa veniva ancora derubricato a incidente. La stessa commissione d’inchiesta di allora declassò la vicenda come uno schianto aereo dovuto al maltempo. Però ci sono tanti spunti nello spettacolo: non è soltanto la morte che è risaputa.

E’ per questo che ha le stimmate di una tragedia moderna, perché tutto il pubblico sa quali sono la fine e l’epilogo della tragedia escluso il protagonista, che imperterrito va avanti nella sua opera. E’ un epilogo beffardo in questa tragedia moderna, perché stiamo parlando di un uomo che per tutta la vita si interessa del sottosuolo, scavando e cercando. Eppure muore lontano dalle viscere di quella terra: muore disperso nei cieli, distante da quel suolo da cui aveva sempre cercato nutrimento energetico per il nostro Paese.

  • Intervista e podcast di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
  • Foto di Luigi Gasparroni
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