Daniele Finzi Pasca, “Icaro”

Attore, regista e coreografo, noto a livello internazionale per il suo teatro dal linguaggio sublime, il “teatro della carezza”, declinato da un monologo per uno solo spettatore a una cerimonia olimpica, l’artista svizzero Daniele Finzi Pasca porta in scena al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano fino al 21 gennaio il suo spettacolo iconico Icaro, che ha debuttato a Milano nel 1991, contando ad oggi 800 repliche in 130 città di 25 nazioni diverse e in sei lingue.

Quattro domande a Daniele Finzi Pasca

Che cos’è il “teatro della carezza”?

E’ lo studio dell’empatia. Quello che abbiamo cercato di fare, in questi quarant’anni di avventure con la compagnia, è di trovare delle storie che possano curare, quasi quasi in un senso un po’ sciamanico. Laddove la medicina non arriva, arrivano i cantastorie e gli sciamani. E’ quello che abbiamo studiato e lo abbiamo fatto diventare una tecnica, una metodologia, un’etica. Quindi il “teatro della carezza” è lo studio di come un attore si concentra nel danzare con uno spettatore, nel prenderlo tra le braccia, nello spostarlo. E’ come essere degli osteopati del pensiero e dell’anima.

In che modo Icaro parla di speranza?

La clownerie affonda le sue radici nel dramma. E’ chiaro che noi clown cerchiamo di rappresentare il dramma in un modo che possa essere colmo di speranza. Altri colleghi raccontano usando un’immagine e il rosso. A volte abbiamo bisogno di rappresentare il dramma con i colori delle sue ferite, con la violenza tale e quale a come essa si esprime nella realtà. Altri come noi fanno invece nevicare sul dramma, come se le ferite non venissero cancellate ma acquietate. Quindi la speranza è a volte acquietare e non cancellare.

Icaro ci ricorda che siamo tutti fragili?

Icaro racconta della fragilità naturalmente. La clownerie europea rappresenta questo in un mondo di supereroi simili al tempo dei greci con dei e semidei che facevano cose straordinarie e al cinema americano, dove uno vede figure che prendono botte come John Wayne che prendeva frecce, se le estraeva e le cauterizzava con un coltello lasciato lì nel fuoco. Noi clown raccontiamo invece della fragilità di chi è eroe lo stesso, di quegli eroi perdenti che se uno dà un calcio allo stipite del letto, salta, grida e zoppica per un po’.

Questo spettacolo ha qualcosa a che fare anche con l’arte del circo?

Non proprio. Adesso si parla impropriamente molto di circo. Il circo per me che l’ho fatto, lavorando con il Cirque du Soleil, è lo spazio, è la morfologia di un luogo. Il circo è lo chapiteau, è quel posto dove a un certo punto ha iniziato a crearsi, come nell’opera lirica, una convergenza di elementi acrobatici, clowneschi, scenografici, la musica e l’orchestra che suona live. Quando si è cominciato a immaginare lo spettacolo circense, all’interno di esso si utilizzavano i clown. La clownerie, però, quindi il teatro che racconta storie sulla fragilità, esiste da molto prima che il termine “circo” apparisse nel mondo dello spettacolo. A dire il vero anche l’acrobazia esiste da molto prima che comparisse la parola “circo”.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Linda Ansalone
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