Massimo Ghini, “Il vedovo”

Alberto Nardi è un industriale romano, megalomane, ma con scarso, se non disastroso, senso degli affari, sposato (probabilmente per interesse) con una ricca donna d’affari, abile e spregiudicata, alla quale lui, perennemente assediato dai creditori, si rivolge quando ha bisogno di firme per contratti, cambiali o denaro contante per le sue fallimentari iniziative.

Tratto dal film di Dino Risi del 1959 con Alberto Sordi e Franca Valeri, Il vedovo è in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 23 novembre. Adattato da Ennio Coltorti e Gianni Clementi, lo spettacolo è diretto da Massimo Ghini che ne è anche protagonista con Galatea Ranzi. E’ prevista la partecipazione di Pier Luigi Misasi. Completano il cast Leonardo Ghini, Diego Sebastian Misasi, Giulia Piermarini, Tony Rucco e Luca Scapparone.

Intervista a Massimo Ghini

Quali sono i tratti più lampanti del rapporto tra i due protagonisti?

Già nel 1959, all’epoca del film, Dino Risi e i meravigliosi sceneggiatori che lo accompagnarono in quell’avventura rappresentarono la borghesia italiana che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e stava esplodendo nel boom economico. La moglie e il marito incarnano l’idea di costruire insieme una propria carriera e un modo di gestire la propria vita dal punto di vista economico. Lei è una donna pratica, talentuosa, geniale e riesce a realizzare i suoi progetti. Lui è un “cretinetti”, come dice il soprannome rimasto nella storia affibbiatogli dalla moglie, un miles gloriosus, che si vanta di essere un industriale ma che in realtà non riesce mai a realizzare niente, dandosi anche da fare con degli improbabili assistenti.

Dal 1959 a oggi, rappresenta un modo di pensare tipicamente italiano. Non credo che possano avvenire cose del genere in Francia, in Inghilterra, in Germania o in Spagna, perché c’è sempre un momento in cui in queste nazioni arriva la mannaia: le decisioni devono essere prese. O si va avanti o si sta fermi. Da noi invece c’è sempre l’aiutino. Questa è l’idea che ci ha portato al punto in cui siamo, perché per alcuni aspetti stiamo continuando a mantenere questo modo di fare sbagliato.

Quanto cinismo c’è in Alberto Nardi e in sua moglie?

Tantissimo, ma ce n’è anche in tutti i personaggi. Una cosa che ho amato del film è il fatto che parla di persone profondamente ciniche e sgraziate, ma non nel senso estetico: anche gli amici di mia moglie, che l’aiutano e manovrano i suoi soldi, hanno un atteggiamento quasi nemico verso la stessa Elvira. Rappresentano quell’aspetto dell’Italia costruito solamente sull’accumulo del denaro, avendo tralasciato una sensibilità che ha fatto parte anche della nostra storia. Il motto “italiani brava gente” è un’invenzione. Noi siamo stati capaci di qualunque cosa, ma la memoria che ci portiamo dietro è legata all’arte e quindi a quello che abbiamo costruito per la storia del mondo. Però non credo che sia finita questa cattiveria nel riuscire a ottenere qualche cosa per avere una forza economica.

Quanto sono assurde le situazioni che si vengono a creare?

Lo sono fino a un certo punto. Noi parliamo di un film del 1959 che rappresentiamo nel 2025 e io ho visto che le reazioni del pubblico sono abbastanza le stesse: si ride, si partecipa in maniera emotiva perché ci si riconosce in tante cose e questa è la forza del teatro. Non a caso c’è un particolare della narrazione: i personaggi non si sono realmente diversificati da quello che erano. Una volta ci poteva essere il modello americano, russo o francese i cui modi di interpretare la vita potevano essere ideologicamente accettati.

Quello italiano è rimasto lo stesso, non è cambiato. Infatti il pubblico ride delle stesse cose di cui rideva nel 1959: il modo di trattare i personaggi e l’incompiutezza mentale di un uomo che si circonda di incapaci per cercare di brillare del proprio egocentrismo senza realizzare niente. Dall’altra parte c’è invece una donna pragmatica, che si muove in un ambito di persone cattive. Questa è una commedia dove non c’è un personaggio veramente positivo: non esiste, come non esisteva quando hanno scritto il film.

Il film era ambientato a Milano. Nello spettacolo la storia si svolge a Roma. Come mai questo cambiamento?

Sono onesto: c’è stata una prima modifica perché questa è la ripresa di uno spettacolo fatto l’anno scorso per 35 repliche, una specie di test. La regia non era mia, poi io ho ripreso lo spettacolo. C’era un’altra attrice, Paola Tiziana Cruciani, che interpretava il ruolo di Elvira. Fin dall’inizio Paola mi ha detto che onestamente non se la sentiva di fare un’imitazione in un Paese che non accetta più i dialetti. Con la produzione abbiamo quindi deciso di spostare la scena a Milano. Non cambia molto: è il mondo del boom economico e degli industriali milanesi contro quello dei palazzinari romani imbroglioni. Non c’è un cambiamento sostanziale o talmente diversificante da rovinare la storia.

Nello spettacolo sono rimasti quei personaggi che vengono da Milano, gli industriali che lavorano con Elvira. Lei stessa è stata trasportata a Roma dalla sua storia d’amore. Quindi è solo una differenza di location decisa per cercare di non essere cabarettistici. Infatti i personaggi che arrivano parlano nel loro dialetto del nord, ma i romani mostrano il lato peggiore senza bisogno di essere per forza volgari o pesanti. C’era una Roma di palazzinari che se la batteva con il mondo industriale milanese.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringraziano Manola Sansalone e il direttore artistico del Teatro Manzoni Alessandro Arnone
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