Simona Gonella, “Fear no more”

Clarissa e Septimus, protagonisti di Mrs. Dalloway, sono fantasmi e specchi, doppi dell’autrice, creature che sfuggono al romanzo di Virginia Woolf per chiedere pirandellianamente di essere raccontati. Da un lato Clarissa, che mentre organizza la sua festa riflette sulla sua giovinezza e le occasioni perdute: le sue scelte saranno state le migliori che poteva prendere? La sua vita di oggi, così come la nostra, è la scelta più felice? Dall’altro Septimus, che vaga per la città, traumatizzato dalla guerra, sempre in bilico fra le sue visioni e la realtà, ossessionato dal desiderio di contenere la sua follia di fronte al mondo. Avrebbe potuto salvarsi? Curarsi? Contenersi?

Fear no more è in scena alla Sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano fino al 19 ottobre. Scritto da Francesca Sangalli e diretto da Simona Gonella, lo spettacolo vede protagonisti Leda Kreider, Maria Laura Palmeri e Matthieu Pastore.

La parola a Simona Gonella

Chi sono in realtà i due protagonisti Clarissa e Septimus?

Nascono da un libro molto famoso di Virginia Woolf, Mrs Dalloway. Sono riscritti dalla penna di Francesca Sangalli e nella versione di Fear no more dialogano con l’autrice. In scena infatti c’è anche Virginia, che per noi è ovviamente Virginia Woolf, ma che, sempre nella scrittura di Francesca Sangalli, somma caratteristiche dell’autrice britannica con dettagli biografici della stessa Woolf. Abbiamo quindi una commistione tra due autrici: una di inizio Novecento, l’altra degli anni Duemila.

Quali sono e perché si pongono tutte le domande che i protagonisti si fanno?

Loro se ne rivolgono già molte nel romanzo. Noi abbiamo ulteriormente arricchito questi personaggi che hanno due diverse modalità di approccio alla vita e alle questioni più esistenziali. Da un lato c’è Septimus, un reduce di guerra, che rivive costantemente gli orrori del primo conflitto mondiale e soprattutto non riesce a uscire dalla propria anormalità. Dall’altro lato abbiamo Clarissa, una donna borghese, sposata con un ministro del governo conservatore, che si trova a sua volta incastrata non negli orrori della guerra ma nelle scelte, a volte non proprio giuste, fatte nel corso della propria vita, soprattutto quelle legate ai sentimenti e all’amore.

Quindi abbiamo due personaggi, entrambi chiusi dentro un mondo che tentano di rifiutare. Septimus e Clarissa cercano disperatamente di trovare una loro realtà attraverso la presenza di Virginia. Anche la stessa Virginia, però, è, ahimé, incastrata in un mondo di ricordi e ovviamente in una proiezione nel futuro che magari si conosce e che sarà l’ultima decisione presa da lei nella sua vita: il suicidio.

Come viene vista la morte dai due protagonisti?

Septimus la desidera come ultimo atto di liberazione. Il suo tormento viene quindi risolto dall’atto più estremo, perché, come dice lui stesso nel romanzo, non ce la fa più, non è più possibile andare avanti in quel modo. Clarissa sopravvive, ma lo fa con un animo completamente prosciugato. Il suo tormento è vivere. Quello risolto da Septimus lo è ovviamente attraverso il gesto estremo. Entrambi hanno una relazione molto profonda, turbata e turbante con la morte.

La liberazione dalla paura è vista dai protagonisti come una catarsi?

In parte. Tutti e due hanno un rapporto molto forte con lei: Septimus ha timore della solitudine della vita. Si rende conto che, mancandogli tutto quello che la guerra gli ha tolto, è rimasto profondamente solo. Clarissa teme la vita. Le scelte che ha fatto non le piacciono. In entrambi la paura è il momento in cui loro si riflettono, si vedono e provano anche un grande terrore. Più che una catarsi direi che, vivendo la paura, loro realizzano chi sono veramente.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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