Viola Graziosi, “Il racconto dell’ancella”

In un futuro prossimo le donne sono sorvegliate e divise in categorie secondo il colore dei vestiti: azzurro le Mogli; verde le Marte, le domestiche; marrone le Zie, sorveglianti; rosso le Ancelle, le uniche ancora in grado di procreare. Nessuna può disobbedire, pena la morte o la deportazione.

Il racconto dell’ancella, tratto dal romanzo di Margaret Atwood con la traduzione di Camillo Pennati, è in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino al 14 gennaio. Diretto da Graziano Piazza, lo spettacolo vede come unica protagonista Viola Graziosi.

La parola a Viola Graziosi

Che cosa rappresenta, metaforicamente parlando, la suddivisione in colori in questo spettacolo?

La suddivisione in colori distingue le categorie di donne. Ci sono le mogli che sono vestite di blu. Poi abbiamo le Marte, che sono vestite di marrone e le ancelle, uniche in grado di procreare, vestite di rosso. E’ una società modello, dove mettiamo al centro le donne fertili che sono le più privilegiate. Tutto è fatto per portarle ad una vita serena per poter svolgere la loro funzione primaria che è quella di generare figli. Quindi non hanno bisogno di leggere, di scrivere, di pensare, di stancarsi troppo. Non vanno in giro da sole di modo che non possano essere importunate. Sono vestite di rosso con un cappuccetto bianco, in modo tale da non venir troppo viste e possono anche evitare di guardare, se non vogliono.

Che cosa ti ha affascinato di più di questo testo di Margaret Atwood?

Questo testo mi è arrivato con una chiamata di Radio 3 da Laura Palmieri nel 2018, che mi ha chiesto di portarlo in diretta radiofonica l’8 marzo, il giorno della Festa della Donna, con il pubblico in sala. L’altra chiamata che ho ricevuto è proprio quella di una parte del testo, dove June, l’ancella protagonista che fa il racconto, dice che se mai sarà in grado di raccontarlo in qualunque forma, anche in quella di una voce che racconta, lo racconterà. E’ quindi una testimonianza e io ho sentito che questa voce doveva continuare ad arrivare direttamente. Non solo la voce, ma anche il corpo. Quindi un romanzo, peraltro scritto nel 1985, che poi è diventato una serie tv di successo, può e deve secondo me essere un atto teatrale, ovvero un’esperienza condivisa, perché chiaramente quello che noi portiamo in scena è una sintesi.

Quindi prendiamo il monito di Margaret Atwood, che non è soltanto come va a finire la storia, ma è quello che lei ci fa vedere. Uno squarcio di possibilità di questo mondo distopico di una società che è perfettamente organizzata, dove in fondo chi ne fa parte, per istinto di sopravvivenza, è partecipe di questo cambiamento e lo alimenta. Per cui ci pone delle domande molto importanti, che credo in questo momento storico sia fondamentale porci. Dobbiamo farlo insieme attraverso quella che è in realtà un’esperienza condivisa tramite parole, emozioni, corpi, vibrazioni e risonanze. Ogni sera è un atto catartico molto forte da fare insieme che non ci lascia indenni, che ci lascia dei giusti e sani semi di sveglia, di percezione, di domanda.

In che modo siamo di fronte a un nuovo mondo che cerca la legittimazione attraverso le donne e il loro corpo?

Il mondo è ancora oggi di fronte a quello che io chiamo lo scandalo del corpo femminile, perché credo che la problematica del femminile parta da un corpo che è in grado di generare la vita. Penso quindi che sia una domanda alla quale non abbiamo ancora trovato risposta né pace, proprio perché ancora oggi scatena ed è involontaria causa di drammi e atrocità. Quindi lo interroghiamo ancora. In scena, attraverso la parola, il corpo si mostra. Il teatro non deve portare risposte. Il teatro pone insieme delle domande che io mi pongo con Graziano Piazza e che noi ci facciamo insieme agli spettatori ogni sera, perché è un monologo, ma in realtà è un dialogo diretto con gli spettatori. Magari potremo porre questa domanda agli spettatori alla fine dello spettacolo.

C’è un messaggio che questo spettacolo vuole dare riguardo alla condizione femminile e ai dati spaventosi che riguardano i femminicidi nel 2023?

Il teatro non dà messaggi rispetto alla cronaca. Può risvegliare delle domande. E’ una nostra responsabilità. Possiamo fare solo questo: cercare di posizionarci nel modo migliore, pensando che ognuno di noi ha la propria gocciolina fondamentale nella società e ne è parte, per cui è artefice della società e di quello che accade. E’ sempre anche parte del cambiamento. Quello che crea maggiormente il messaggio di questo spettacolo è un monito. Stiamo attenti, perché il cambiamento non è una rivoluzione da bianco a nero. Sono piccoli passaggi, piccoli segnali e dobbiamo percepirli, perché altrimenti ci ritroviamo dentro al cambiamento in atto, parte di quel cambiamento, senza essercene resi conto.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Foto in evidenza: Pino LePera
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