Negli anni ‘50 l’Italia post-bellica è segnata da paura e povertà, ma c’è un forte desiderio di rinascita. Il boom economico contrasta con l’analfabetismo e l’emigrazione. In un paesino del sud Italia, Don Ciro è il protagonista, un parroco coinvolto in una vicenda con due sorelle, Rosa e Filomena, e il farmacista locale, mentre sullo sfondo si colloca il tragico disastro di Marcinelle del 1956, in cui morirono 262 persone di cui 136 italiani immigrati.
Grisù, Giuseppe e Maria è in scena al Teatro Martinitt dal 5 al 15 dicembre. Scritto da Gianni Clementi e diretto da Pierluigi Iorio, lo spettacolo vede protagonisti Francesco Procopio, Giancarlo Ratti, Loredana Piedimonte, Giosiano Felago e Carmen Landolfi.
Parlano Francesco Procopio, Giancarlo Ratti, Loredana Piedimonte, Giosiano Felago e Carmen Landolfi
Quant’è importante il contesto storico dello spettacolo?
Francesco Procopio: A me piace che se ne parli, perché ci fa riflettere sul fatto che noi italiani siamo stati tra i primi ad andare a emigrare per cercare lavoro e forse anche a morire, come oggi succede ad altri che vengono qui. Quindi questa riflessione mi piace. E’ solamente un’occasione per ridere all’interno dello spettacolo. E’ una commedia che rasenta la farsa partendo però da una tragedia. perché con il nostro gusto di voler raccontare le cose ridendo, lo spettatore fa delle considerazioni su quello che è accaduto e che ha visto.
Possiamo definirlo uno spaccato sociale dell’epoca?
Francesco Procopio: Sì, però anche dei nostri tempi secondo me. A me è piaciuto fare questo spettacolo perché è una riflessione molto attuale, dato anche che i testi belli sono sempre quelli contemporanei. A me piace che dopo due minuti lo spettatore si dimentichi completamente di vedere qualcosa del 1950. E’ una cosa che può avvenire ai giorni nostri, anche nella vergogna di una ragazza che rimane incinta senza sapere chi è il padre.
Loredana Piedimonte: Inoltre le morti sul lavoro sono un argomento molto attuale, quindi si parla di un fatto passato che purtroppo però ci fa ancora pensare al presente, perché ovviamente si muore sul lavoro anche oggi. Però detto così sembra uno spettacolo molto tragico, invece no…
Giosiano Felago: Si ride anche per le debolezze del genere umano.
Loredana Piedimonte: C’è solo un momento in cui io, che interpreto Donna Rosa, ho mio marito che lavora nella miniera a Marcinelle e succede quello che tutti sappiamo.
Viene anche messa in evidenza la perdita di alcuni valori? E se sì quali?
Carmen Landolfi: Sicuramente sono sottolineate un po’ le condizioni in cui vivevano le donne, quindi c’è un po’ di spaccato sociale dell’epoca riguardo alle difficoltà di una donna di essere libera, di voler andare a letto con chi le pare o di una madre che doveva gestire sei figli perché il marito lavorava fuori.
Giosiano Felago: Diciamo che si è disposti un po’ a tutto per salvaguardare degli status sociali e dei valori, perché a un certo punto vediamo che Donna Rosa si immola per tutelare quelli della famiglia, della sorella, del modo di vedere e di pensare di quegli anni.
C’è una strizzata d’occhio a “Peppone e Don Camillo”?
Francesco Procopio: Sì, ci abbiamo pensato spesso durante le prove. E’ un po’ differente perché non c’è Peppone, però il gioco è lo stesso. A noi è piaciuto immaginare un sacerdote settentrionale che arriva in un paesino del sud. Viene travolto dalle abitudini partenopee.
Carmen Landolfi: Impara anche a parlare il napoletano o almeno ci prova.
Loredana Piedimonte: Riesce bene ad amalgamarsi alla situazione.
Francesco Procopio: E’ un Benvenuti al sud degli anni Cinquanta.
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Lia Chirici
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