Gianfranco Jannuzzo, “Fata Morgana”

Fata Morgana è uno spettacolo che vede protagonista Gianfranco Jannuzzo, capace di incantare il pubblico con la sua straordinaria verve e il suo talento istrionico. In questo viaggio, accompagnato da quattro musicisti in scena, racconterà il mito di Fata Morgana: tra miraggio, illusione e speranza,  alternando brani comici a riflessioni profonde, offrendo un’esperienza che va oltre il semplice intrattenimento.

Fata Morgana è in scena al Teatro Manzoni di Milano dal 14 al 26 ottobre. Insieme a Gianfranco Jannuzzo, anche regista e autore del testo con Angelo Callipo, sul palco troviamo anche quattro musicisti: Angelo Palmeri all’oboe, Chiara Buzzurro alla chitarra, Alessio LaChina al violoncello e Nicola Grizzaffi alle tastiere e al piano. Le musiche originali sono state composte da Francesco Buzzurro.

A tu per tu con Gianfranco Jannuzzo

Qual è la forza del mito di Fata Morgana?

Sono innamorato di Fata Morgana perché è un simbolo. E’ una donna bellissima, una guerriera che costruisce un palazzo di cristallo tra Scilla e Cariddi, quindi in Italia, nella mia meravigliosa Sicilia, da cui parto per usare una metafora che adopero sempre con il cuore, perché tutti avrebbero voluto conquistare quel giardino incantato che è stato la Sicilia ma nessuno ci è riuscito. Noi siculi però siamo riusciti a prendere il meglio da tutte le dominazioni. Devo dire che ci hanno provato tutti: greci, turchi, arabi normanni. Questo è successo anche con l’Italia: nessuno, nemmeno i napoleonici, è riuscito a dominare gli italiani: hanno mantenuto una fortissima identità di popolo, che anche agli occhi degli altri costituisce un unicum, proprio perché, pur essendo così diversi, siamo unici.

Fata Morgana è anche una donna protettrice delle donne. Noi nello spettacolo ridiamo e scherziamo su tutto e tutti. E’ una pièce molto allegra, dissacratrice, però ci sono alcuni argomenti con cui Fata Morgana parla ai bambini e ai ragazzi, come il dovere che abbiamo noi grandi di dire ai ragazzini che fin dall’asilo devono proteggere le loro compagne femmine. Un no anche a quell’età è un no. Quindi bisogna che lo imparino, che siano cavalieri, che tutelino quella figura meravigliosa della donna, perché è madre, è terra, è generatrice di vita. Sono le nostre mamme, le nostre nonne. Dunque parliamo di argomenti molto diversi fra di loro, perché Fata Morgana era una straniera che viene accolta in Italia, un paese che è stato ponte di mille culture.

Cosa emerge dell’Italia che racconti?

Una nazione multietnica e multirazziale: un sogno che dobbiamo perseguire. Penso a quello che fanno i lampedusani, che sono davvero un punto d’orgoglio non solo per noi italiani ma per tutti i cittadini di tutto il mondo. Le nostre città saranno multietniche e multirazziali, come lo sono Londra da tanto tempo e New York da sempre. E’ un valore aggiunto. Noi italiani non abbiamo paura di niente. Non dimentichiamoci che a nostra volta anche noi siamo stati emigranti con le nostre valigie di cartone. Non erano soli siciliani, napoletani o calabresi. Ci sono comunità friulane che hanno fatto del Venezuela il Venezuela. Quante comunità settentrionali ci sono in Argentina? E’ un falso problema e un finto luogo comune, però riguarda anche l’umanità e l’indole vera e propria degli italiani.

E’ uno spettacolo che ha qualche valore aggiunto straordinario: intanto ci sono delle musiche scritte apposta da Francesco Buzzurro ed eseguite dal vivo da quattro musicisti che suonano un violoncello, un oboe, una chitarra e un pianoforte. La scena è molto bella ed evoca Agrigento, la mia città natale che quest’anno è capitale della cultura. Partiamo quindi da una scenografia bellissima voluta fortemente dal direttore del Teatro Manzoni Alessandro Arnone, perché anche lui come me è sempre trepidante. Quando si viene a portare uno spettacolo al Manzoni di Milano, bisogna che le cose siano fatte molto bene. La nostra è una scena realizzata da Salvo Manciagli, che racconta veramente un pezzo della nostra bellissima Italia. Lo spettacolo è coprodotto dal mio vecchio amico Francesco Bellomo che mi ha aiutato molto nella realizzazione e nella produzione.

Tu nel testo hai voluto sottolineare le maschere che indossiamo e le verità nascoste dentro le finzioni quotidiane. Vengono quindi smascherate delle ipocrisie?

Certo! Ci sono alcuni luoghi comuni facilissimi da smontare come quello che vuole che gli italiani abbiamo un atteggiamento un po’ arcaico nei confronti delle donne, da loro viste con il burqa, o come quello della paura degli stranieri. Invece non abbiamo alcun timore. O quelli sull’andarcene o il rimanere: alcuni ragazzi se ne vanno. Una volta erano le persone più povere ad emigrare, per trovare lavoro nelle miniere del Belgio, della Francia e della Germania. Ora se ne vanno i giovani laureati a pieni voti alla Bocconi di Milano o alla Normale di Pisa. E’ una fuga di cervelli. Questo Paese, che è già in pericolo, sarà depauperato, se queste menti meravigliose se ne andranno via. Fata Morgana è un invito a sognare anche le cose concrete che abbiamo di fronte agli occhi.

E’ uno spettacolo in cui sono presenti anche la comicità e l’ironia?

Ci sono soprattutto la comicità e l’ironia. E’ uno spettacolo comico. Io parlo dei temi che mi stanno più a cuore dal punto di vista sentimentale, ma è una pièce dove ridiamo moltissimo perché lo facciamo di noi stessi. Noi italiani abbiamo dei dialetti straordinari: il veneto, il lombardo, il siciliano, il campano. Sono la nostra forma di comunicazione più immediata. Noi pensiamo in dialetto e poi traduciamo nella nostra lingua convenzionale. Sembra paradossale definirla così, perché è quella di Manzoni, di Petrarca, di Pirandello, di Sciascia, di Camilleri. E’ una lingua meravigliosa!

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Manola Sansalone
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