Un gioco sfrontato di teatro nel teatro. Nello spettacolo L’avaro e la troupe du roi, in scena al Teatro Leonardo di Milano fino al 19 gennaio, Arpagone è il perno dell’intera vicenda. E’ compulsivo nel suo bisogno di accumulare ricchezza e ossessionato dalla paura di essere derubato. La sua tirchieria è tanto ridicola quanto insopportabile, ma il suo tratto distintivo è l’incapacità di amare chiunque. C’è un solo oggetto che gli sta a cuore: la sua cassettina piena di denaro. Diffidente ed egoista, Arpagone ha una scala di valori in cui non si fa scrupoli di mettere i figli dopo il denaro.
L’avaro e la troupe du roi è uno spettacolo tradotto e adattato dal capolavoro di Molière per il teatro da Valeria Cavalli, che ha anche firmato la regia insieme a Claudio Intropido. Ne sono protagonisti Pietro De Pascalis, Ludovico D’Agostino, Cristina Liparoto, Giulia Marchesi, Sabrina Marforio, Marco Oliva, Isabella Perego e Simone Severgnini.
Parlano Pietro De Pascalis, Ludovico D’Agostino, Cristina Liparoto, Isabella Perego e Simone Severgnini
Che cos’è la troupe du roi?
Simone Severgnini: Non è una nostra invenzione, ma di Molière. Era la sua compagnia. L’autore ha scritto delle improvvisazioni legate a questo gruppo di attori, che in quest’allestimento è rappresentato da noi.
Pietro De Pascalis: Ci sono vari testi in cui Molière, lavorando all’interno della compagnia, cita se stesso. Lui ha scritto L’improvvisazione di Versailles, un’opera in cui lui portava in scena la sua compagnia, dove l’attore Molière interpretava se stesso e rappresentava l’attesa e la preparazione dello spettacolo per il re che non riuscirono a portare a termine perché il sovrano non arrivò.
Cristina Liparoto: La troupe du roi siamo noi.
Arpagone è un uomo pieno di difetti, ma ha anche qualche pregio?
Pietro De Pascalis: Direi proprio di no. L’unico forse, essendo una commedia, è quella simpatia che spesso caratterizza i bambini quando puntano i piedi per terra. C’è quindi sicuramente una sorta di infantilismo che lo rende ridicolo e di conseguenza divertente. La verità vera è che l’avaro, per come era stato scritto non da Molière ma dalla tradizione, era un essere disgustoso: si faceva le collane con le unghie. Non riusciva proprio a staccarsi dalle cose e a non accumulare quelle del proprio corpo.
E’ uno spettacolo che si svolge anche dietro le quinte e in cui viene coinvolto pure il pubblico, giusto?
Simone Severgnini: Sfocia sul palco e diventa parte della drammaturgia. Con la platea scherziamo sul fatto di rompere la quarta parete ma dall’inizio la sfondiamo e includiamo gli spettatori.
Pietro De Pascalis: Ogni replica noi scegliamo una persona del pubblico che nominiamo re per una sera e che vede lo spettacolo da una posizione privilegiata senza essere coinvolto attivamente, perché lo spettatore si preoccupa quando viene tirato per la giacca. Per noi è un fuoco. Lo spettacolo è sul palco e dietro le quinte, perché tra di noi ci sono complicità e affinità. Ci sono cose che voi non vedrete mai ma che ci portiamo dietro sulla scena. Poi c’è il gioco del teatro nel teatro, che si svolge sul palco.
La scenografia di questo spettacolo è molto particolare ed importante. Ce la volete descrivere?
Cristina Liparoto: E’ stata creata da Claudio Intropido. Ha avuto lui l’idea del teatrino girevole dove capita tutto quello che succede nella commedia ed è stata una trovata risolutiva.
Simone Severgnini: E’ un’idea che rende originale e unico lo spettacolo. Claudio è sempre molto attento ad aiutare gli attori anche con i macchinari scenici. Il nostro è sorprendente.
Ludovico D’Agostino: In qualche maniera questo meccanismo è un teatro nel teatro.
Isabella Perego: Consente anche di fare tante sorprese, perché il sipario si chiude, il teatro gira e spuntiamo noi.
Simone Severgnini: Anche per noi crea un’occasione nuova di pensare e di costruire le scene.
Pietro De Pascalis: La scenografia diventa un compagno dinamico e attivo. Noi siamo sempre stati per tradizione abituati a sbrigarcela in qualche modo, quindi ogni volta ci hanno dato dei meccanismi scenici che dovevamo spostare. E’ un’abitudine che fa parte del nostro DNA.
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Alessandra Paoli
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