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Uno spettacolo senza niente. In questo spettacolo non c’è niente. Non c’è un eroe, non ci sono comprimari, non c’è nessun drago da sconfiggere o principessa da salvare, nessun allontanamento da casa ne in particolare modo nessuna crescita del protagonista. Non c’è nemmeno un inizio e nemmeno una fine perché in pratica è già tutto iniziato e tutto finito, quello che si racconta.
Quella volta che mia zia fece scappare Matteotti è in scena in prima nazionale al Teatro della Cooperativa di Milano dal 13 al 23 febbraio. Lo spettacolo è stato scritto ed è diretto da Walter Leonardi che ne è l’unico protagonista.
Quattro domande a Walter Leonardi
Perché in questo spettacolo non c’è niente?
Perché solitamente ci sono queste cose che dico che non ci sono. In realtà ci sono ma sono molto nascoste. Mi faceva piacere fare uno spettacolo come i libri di racconti. Ognuno è chiuso e a sé stante. Se li si mettono insieme tutti, fanno un puzzle di un certo tipo di significato, un po’ come i quadri di Paul Klee. Il quadro viene messo insieme al titolo e il titolo e il quadro danno una certa soluzione che è il significato del quadro stesso.
E’ anche un po’ una provocazione nei confronti di tutti quelli che mi chiedono che cosa voglio dire con queste cose, qual è il senso o quale non è. A un certo punto, arrivato all’età che ho, il senso perde un po’ il significato perché tutte le volte che ho cercato di dare un senso agli spettacoli non ci sono mai riuscito. Pochissime volte vado a vederne uno con un senso che a me piaccia. Perciò mi piace rimanere un po’ sospeso.
Però racconti della tua vita, giusto?
Esattamente. Parlo della vita della mia famiglia nel 1920 e il racconto si appoggia a degli episodi che ritengo fondamentali nella storia del nostro Paese come l’omicidio Matteotti, quello di Aldo Moro, il crollo del nostro muro che non è avvenuto nel nostro Paese ma che ha avuto una conseguenza enorme, poi Tangentopoli, le bombe della Mafia e Genova nel 2001.
C’è un parallelismo in cui parli di un fatto accaduto durante il Ventennio, è così?
In realtà non parlo del delitto Matteotti, ma c’è una parte della mia famiglia che è nata e cresciuta negli anni Dieci e Venti del secolo scorso nel Polesine. Era di Guarda Veneta, che è vicino a Fratta Polesine, il paese natale di Matteotti. Un mio avo era suo compagno di partito e quella cosa che dà il titolo allo spettacolo è avvenuta veramente. Più zie lo avevano fatto scappare una volta che c’era un posto di blocco nel paese di Guarda Veneta e lui doveva andare a prendere un treno. Io faccio questo racconto e alla fine dico che a me piacerebbe ricordarlo così che ride insieme alle mie zie e alle mio nonne piuttosto che in una buca con il corpo piegato in due e mangiato dai vermi. Sono tutte foto che io do di una memoria che si mischia a una memoria collettiva italiana.
A un certo punto rendi omaggio anche a Pier Paolo Pasolini, giusto?
Sì, perché anche quello è stato un avvenimento che ha spostato un po’ la barra, ma non si sa se lui sia stato ucciso con dei mandanti politici o non politici. Tutto questo è avvolto nel mistero, c’è chi dice di sì e c’è chi dice di no, ma io non entro in tutte queste cose. Fatto sta che la figura di Pasolini a un certo punto è venuta a mancare. Era un poeta e infatti c’è la voce di Moravia che dice che il poeta dovrebbe essere sacro. Questa è una frase che mi fa venire sempre i brividi, perché lui nella sua poesia e nella sua capacità di sintesi che secondo me è una delle definizioni di poesia più alte, è riuscito a costruire, a vedere e a prevedere delle cose. Togliere la sua figura dall’Italia ha un suo peso nel corso della storia.
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Giulia Tatulli
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